Migliaia di persone, nella stragrande maggioranza giovani e giovanissimi, che da giorni cantano le sue canzoni in via Paolo Fabbri 43, ma anche a Milano, Genova, Roma e chissà in quanti piccoli centri della Penisola. Il dolore di una comunità che parte dai monti di Pavana, arriva sotto i portici di Bologna e si estende al resto d’Italia. La voglia di ricordarlo in un appuntamento che sarà un grande momento di incontro – un ‘momento collettivo’ si sarebbe detto negli anni ‘60 e ‘70 – nella città a cui ha legato il suo successo e gran parte della sua vita, ben ricambiato in termini di affetto e gratitudine. La morte di Francesco Guccini ha risvegliato in pochi giorni sentimenti e comportamenti che credevamo dimenticati da anni. È stato come (ri)fare un tuffo nel mondo analogico, comprendendo in questo aggettivo tutto ciò che del ‘vecchio mondo’ costituisce la parte migliore: la condivisione fisica e reale di un dolore, la necessità di non sentirsi soli nell’affrontarlo, il bisogno di essere presenti in carne e ossa nel luogo dove tutto questo accade e non solo per il tempo di un post sui social (solo così si spiegano le centinaia di persone che nel bel mezzo delle ferie d’agosto sono arrivate sotto le Due Torri per lasciare un fiore davanti alla sua casa in Cirenaica o, addirittura, per rendergli l’ultimo saluto a Pavana).
L’isola trovata
La morte di Francesco Guccini ha risvegliato in pochi giorni sentimenti e comportamenti che credevamo dimenticati da anni











