«Circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari si è spento Francesco Guccini». Lo ha reso noto la famiglia del cantautore. Esequie in forma privata, a settembre cerimonia pubblica.C’ è una generazione di artisti che si sta sfaldando giorno dopo giorno in un ineluttabile ma ugualmente doloroso stillicidio di scomparse, destinato a non interrompersi. E ci sono figure che sono entrate a far parte del tessuto umano di una terra, di un popolo.Francesco Guccini è uno dei suoi capintesta. Classe 1940, se n’è andato nella sua Pàvana. All’età non più verde di 86 anni, è nell’ordine delle cose, si potrebbe dire, ma il commento più frequente a rimbalzare sui social una volta circolata la notizia della sua morte è: «Ora siamo più soli».Guccini è sempre stato diverso sotto molti aspetti. Non ha mai incarnato il il prototipo, non dico della rockstar (a cui non credo abbia mai aspirato), ma forse nemmeno del cantautore tipo.Con quella sua “erre” imperiosa – sfacciatamente e ridicolmente copiata da schiere di epigoni per i quali la forma è più importante della sostanza, l’esatto opposto della filosofia di vita del cantautore emiliano – si fatica persino a immaginare come l’ambiente discografico, spesso incline a massificare e standardizzare i propri “prodotti”, lo abbia accolto e non abbia tentato di spersonalizzarlo. Chissà, magari ci ha pure provato, ma suppongo che abbia trovato pane per i propri denti.Nato a Modena nel 1940, si trasferì a Pàvana, sull’Appennino Pistoiese, con la madre dopo che il padre era stato internato in un campo di prigionia per quei militari che si erano rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. E a Pàvana sarebbe tornato a vivere negli anni della maturità, ostentando con orgoglio le sue origini montanare e finendo per scriverne sia in diverse canzoni che nei romanzi a cui, nel frattempo, aveva iniziato a prestare passione e impegno.In fondo, la scrittura – non solo quella legata alla musica – ha sempre accompagnato Guccini, tracciando un divisorio netto rispetto a molti dei suoi colleghi e sposando fin da subito la banale riflessione secondo cui «scrivere è scrivere», indipendentemente dalla forma scelta. Non a caso, per un certo periodo, sul finire degli anni Cinquanta, fece il cronista per la Gazzetta di Modena, toccando con mano cosa significasse sudare sette camicie su un foglio di carta per una paga misera. Chissà se fu anche grazie a tali esperienze giovanili che Guccini, alla fine degli anni Ottanta, decise di intraprendere anche la carriera del romanziere, pubblicando nel 1989 Cròniche Epafàniche, primo di una lunga serie di opere di narrativa che lo avrebbe imposto all’attenzione di un pubblico diverso da quello delle canzoni. E a seguire ci furono, tra gli altri, i fortunati romanzi noir scritti a quattro mani con l’amico Loriano Macchiavelli, di Vergato, paesino di montagna non lontano dalla sua Pàvana. A partire da Macaronì. Romanzo di santi e delinquenti (1997).Ma era stata la canzone a stregarlo per prima e, come molti, Guccini si fece le ossa nel circuito delle balere come cantante-chitarrista, subendo inevitabilmente il fascino delle band inglesi degli anni Sessanta e, soprattutto, dello straordinario lirismo di Bob Dylan e della successiva stirpe di cantautori americani di derivazione folk. Si fa fatica a immaginare che uno dei suoi successi più grandi, Auschwitz, del 1966, non sia nato sulla scorta dell’ascolto dei primi dischi acustici di Dylan.Al tempo, era difficilissimo restare «indenni» artisticamente da certi modelli, ma Guccini mostrò sempre di aver imboccato una strada diversa, personale, seppur nel solco della canzone «di protesta».E c’è, naturalmente, l’impegno politico del cantautore. Un impegno a sinistra ma, soprattutto, in difesa dei deboli. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, sarebbe stato quasi da anatema non schierarsi. Guccini, però, da persona intelligente, svolse un ruolo politico più che partitico. Alcuni brani, La locomotiva in testa, sono di piglio più apertamente di denuncia, facendo leva sulla cronaca del tempo.Noto è il suo sodalizio con la band emiliana per eccellenza, i Nomadi: senza Noi non ci saremo e Dio è morto, scritti da Guccini, la loro carriera sarebbe stata impensabile.E c’è, naturalmente, il meglio dell’Emilia nel lungo svolgimento della carriera di Francesco Guccini, come testimoniato, tra gli altri, dal doppio album dal vivo del 1984, Fra la via Emilia e il West, titolo attraverso cui, scherzando come spesso gli capitava sulla effimera condizione umana e sul significato dei luoghi elettivi, indicò con sorniona puntualità che, in fondo, neppure lui, che in gioventù si era come molti nutrito di allettanti stilemi a stelle e strisce, avrebbe dovuto fare molta strada per trovare il suo Eden, o per essere più precisi, il suo West. Magari con un fiasco di Lambrusco in mano.Un’altra indicazione della diversità di Guccini rispetto a molti colleghi è stata, dopo aver deciso di non esibirsi più dal vivo, la generosità della scelta di lasciare che la sua band storica, i Musici, portasse avanti il suo spettacolo e continuasse a eseguire le sue canzoni.Una scelta per nulla scontata.
Un cantautore diverso da tutti. La sua via Emilia arrivava al West
Dalle balere alla leggenda, passando per canzoni memorabili come “Auschwitz”, “Dio è morto”, “L’avvelenata” e tantissime altre










