Il rumore arriva prima del mare. È un rombo continuo, ostinato, che accompagna ogni spostamento sull’isola. Sono le onde dell’Oceano Indiano che si infrangono contro il reef e disegnano una linea bianca lungo il perimetro di Rodrigues. Poi, oltre quella barriera, non c’è quasi più nulla. Solo acqua. Migliaia di chilometri d’acqua. Guardando l’orizzonte viene da chiedersi come sia possibile fare cucina in un luogo così remoto. Eppure è proprio qui, in questo frammento di terra vulcanica sospeso nel vuoto dell’oceano, che la gastronomia contemporanea ritrova alcune delle sue domande più antiche: cosa cucinare, cosa conservare, cosa coltivare e, soprattutto, come trasformare il limite in identità.
Per secoli l’isola Rodrigues ha mangiato quello che aveva. E quello che aveva era il mare, anzitutto. Il polpo – l’ourite, come lo chiamano qui –, il pesce, i crostacei, ma anche il mais, le patate dolci, il breadfruit, i peperoncini, gli orti familiari disseminati sulle colline. La cucina dell’isola nasce così, dall’incrocio tra necessità e geografia, tra produzioni indigene e addendi coloniali. Porta ancora oggi le tracce delle culture che hanno attraversato questo lembo di Oceano Indiano: Africa orientale, Madagascar, Francia, India. Una cucina di adattamenti continui.






