Giovanni Malagò ha annunciato a mezzo stampa Diana Bianchedi come nuova capodelegazione della nazionale. Storica pupilla dell’ex presidente del Coni, aveva provato a piazzarla ovunque, dalle Olimpiadi di Milano–Cortina in giù, e adesso la porta pure in Figc. Dopo Mancini, Ranieri, Bergamini (prossimo arrivo come capo staff), il nuovo n.1 della FederCalcio continua a pescare nella ristrettissima cerchia dei suoi fedelissimi per il grande progetto di rilancio del pallone italiano. Ma la nomina fa già discutere.
Innanzitutto perché Diana Bianchedi, ex olimpionica di scherma e poi dirigente sportiva sempre sotto l’ala di Malagò, non si è mai occupata di calcio, se si esclude il lungo incarico da vicepresidente della Commissione antidoping federale, che però poco ha a che fare col campo, in virtù dei suoi studi (è laureata in medicina). Il capo delegazione invece è una figura di alto profilo, il vertice della spedizione che esercita la massima autorità amministrativa, relazionale e d’immagine per conto della Federazione durante i raduni, le trasferte e i tornei ufficiali. A differenza di tante altre posizioni dirigenziali dove gli ex calciatori si rivelano soltanto delle figurine inadeguate, questo è uno dei pochi ruoli che ha davvero senso affidare ad un grande campione del passato, qualcuno che conosca in profondità lo spogliatoio azzurro e le sue dinamiche, e possa per questo capirlo e rappresentarlo. Non a caso, nel recente passato la posizione è stata occupata con grande dignità da storiche bandiere azzurre, come Gigi Riva, Gianluca Vialli e Gianluigi Buffon (meno felice quest’ultima esperienza). Come e perché Diana Bianchedi debba fare il capo delegazione della nazionale di calcio è una domanda che si stanno facendo in tanti in queste ore nell’ambiente.










