L’annuncio di Giovanni Malagò ha rilanciato il dibattito sulle scelte finora compiute che non convincono tutti. E il Presidente Federale approfitta per ribadire una politica di continuità, un modello “sicuro” in attesa dei verdetti del campo.

La nomina di Diana Bianchedi a Capodelegazione della Nazionale di calcio viene fatta passare per il tassello fondamentale di una "rivoluzione culturale", un segnale di apertura volto a ricucire il dialogo tra la FIGC e la dimensione olimpica del CONI. Eppure, osservando la mappa del potere del nuovo corso azzurro, la sensazione è che dietro i proclami di rinnovamento si nasconda un’operazione di spiccata e calcolata continuità.

Quella in atto non è una rottura con il passato, ma la sua blindatura. Dalla conferma di Roberto Mancini in panchina alla definizione dello staff tecnico, fino ad arrivare proprio alla figura di Bianchedi, storicamente legata ai vertici del comitato olimpico ai tempi proprio di Giovanni Malagò, la linea tracciata appare chiarissima: preferire figure di stretta osservanza all'inserimento di elementi realmente discontinui. La retorica della "rivoluzione culturale": la linea istituzionale di Malagò Nel tracciare la rotta del nuovo corso federale, Giovanni Malagò ha difeso con decisione l'ingresso di Diana Bianchedi nel quadro dirigenziale azzurro, definendolo una vera e propria "rivoluzione culturale" capace di portare le migliori competenze dello sport olimpico all'interno del mondo del calcio. Contestualmente, la blindatura della guida tecnica è stata ribadita con forza indicando in Roberto Mancini il "CT giusto" per guidare la rinascita, rivendicando la bontà della scelta e respingendo, seppur indirettamente, le ombre di un riassassetto basato su logiche d'appartenenza o su un presunto "circolo di amici".