Roma, 9 agosto 2026 – Il Medioriente sta cambiando. La firma del patto fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan suona come la campanella che segna la fine di equilibri regionali che davamo ormai per assodati. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu lo ha capito benissimo e, in una regione dove gli Stati Uniti sono destinati a influire sempre meno, vuoi per scelta, vuoi per mancanza di munizioni da destinare, si sta regolando di conseguenza. Va vista in quest’ottica la decisione di respingere il piano americano in 15 punti per Gaza e di escludere qualsiasi ritiro delle forze israeliane prima del “vero disarmo” di Hamas.

La strategia di Israele

In questa rigidità c’è certamente la politica interna israeliana e l’impossibilità, per il premier, di presentare come una vittoria un accordo che lasci anche solo una parte della capacità militare di Hamas intatta. Ma c’è anche una questione strategica più ampia. Israele rivendica di fatto il diritto di stabilire autonomamente quando le condizioni di sicurezza consentiranno di lasciare le posizioni occupate a Gaza, sottraendo così questo passaggio agli automatismi previsti dal progetto americano. Caricature di Trump e Netanyahu su un'inferriata di Sanaa, in Yemen (Ansa)