Benjamin Netanyahu è stato chiaro: il piano per la Striscia di Gaza predisposto dal Board of Peace non può essere accettato. E l'affermazione di "Bibi" rischia di essere un nuovo momento di tensione con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha scommesso invece su quel programma anche per dare un segnale di azione in un Medio Oriente paralizzato e ben diverso da come immaginato dal tycoon. A partire dall'ormai indecifrabile negoziato con l'Iran.
Il monito La presa di posizione di Netanyahu è arrivata ieri nella riunione del gabinetto di sicurezza. Per il primo ministro, le forze israeliane «non effettueranno alcun ritiro finché Hamas non sarà disarmato». Il capo del governo ha anche sottolineato che il concetto di disarmo, per Israele, riguarda tutte le armi nella Striscia, sia leggere che pesanti. «Ne stiamo parlando con gli americani. Hanno delle idee, alcune delle quali sono accettabili e altre no, e sappiamo come opporci a queste cose», ha continuato Netanyahu. E Bibi ha anche lanciato un monito sul futuro della regione. «Finché sarò primo ministro, non verrà istituito uno Stato palestinese, né a Gaza né in Giudea e Samaria», ha tuonato il premier, che ha usato i nomi biblici che identificano l'attuale Cisgiordania. Hamas ha reagito facendo appello ai Paesi coinvolti nel "Board" e soprattutto a Washington. «Ci aspettiamo che i mediatori e il garante statunitense facciano pressione su Netanyahu e sul suo governo», ha dichiarato un esponente della milizia palestinese, Bassem Naim. Hamas, in un comunicato, ha detto di rimanere fedele al piano di 15 punti. Ma il pressing Usa, in questo momento, non è facile. «Ho grande apprezzamento per il presidente Trump, è un nostro grande amico alla Casa Bianca», ha dichiarato Netanyahu, ma «sappiamo e siamo in grado di mantenere la nostra posizione anche di fronte ai nostri migliori amici». E questo complesso rapporto tra i due alleati è stato e evidenziato anche dall'emittente israeliana Channel 13, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero chiesto allo Stato ebraico di fermare le ostilità su tutti e tre i fronti, ovvero Gaza, Libano e Iran.Il dossier Proprio su quest'ultimo dossier, ieri Trump è tornato a parlare del negoziato con Teheran dicendo di volere tenere un «profilo basso». Intervistato da Axios, il tycoon ha sottolineato che la Repubblica islamica «è in pessime condizioni». «Stiamo negoziando con loro solo in parte. Stiamo semplicemente osservando l'Iran con la sua enorme inflazione e il fatto che non ha soldi», ha continuato il capo della Casa Bianca. La dichiarazione sembra confermare quale sia la linea di Washington (almeno per il momento): evitare un'offensiva militare su larga scala e concentrarsi solo sulla pressione economica. Secondo il Wall Street Journal, Trump starebbe cercando un modo per dichiarare la vittoria sull'Iran e uscire da questo pantano strategico anche solo con la riapertura dello Stretto di Hormuz e senza un accordo sul programma nucleare. Il presidente sembra avere fatto definitivamente marcia indietro sulla nuova ondata di raid. L'Iran ha compreso il desiderio del tycoon di chiudere il prima possibile la partita e sta di nuovo alzando la posta in gioco. D'altro canto, la scommessa di Teheran comporta dei rischi. Secondo i funzionari sentiti da Axios, se la guerra può evitare dibattiti interni, l'assenza di conflitto e il perdurare della crisi economica potrebbero invece corrodere il sistema e ampliare le divergenze tra i Pasdaran e l'ala "pragmatica" capitanata dal presidente Masoud Pezeshkian. E tutto questo avviene mentre continua il giallo sulle condizioni della Guida suprema Mojtaba Khamenei. Per i media iraniani, il leader avrebbe incontrato proprio Pezeshkian «in occasione dell'inizio del terzo anno di mandato di quest'ultimo», il cui anniversario era lo scorso 30 luglio. Un funzionario delle forze Basij ha detto che presto sarà pubblicato un video che ritrae la Guida suprema in alcuni incontri. Ieri sera, il suo ufficio stampa ha annunciato la nomina di Mohsen Rezaei come rappresentante di Khamenei presso il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Ma il mistero sulla sorte del "Rahbar" resta ancora difficile da risolvere.










