Il racconto di Giovanni Battista e la richiesta di una legge sui formaggi non pastorizzati: «Cosa ci deve essere scritto sull'etichetta? Semplicemente che sono pericolosi. Come c'è scritto sul pacchetto di sigarette»
Un sabato di giugno di nove anni fa, una decisione apparentemente banale trasforma la vita della famiglia Maestri in un calvario irrimediabile. Mattia ha solo quattro anni quando mangia del formaggio acquistato nel caseificio del paese. La notte stessa iniziano i crampi e un dolore devastante. Lo racconta oggi a Il Giornale Giovanni Battista, il padre del piccolo, finito in coma per nove anni e poi morto per aver mangiato formaggio contaminato da Escherichia coli.
Il calvario: da Trento a Conegliano, con Mattia in coma
«Avete idea di cosa sia un bambino di 4 anni che piange disperato? Allora lo abbiamo portato all’ospedale, sono stati bravi ma non hanno capito cosa avesse e hanno deciso di mandarci a Trento», racconta. A Trento la diagnosi iniziale si rivela errata e il piccolo viene trasferito d’urgenza a Padova, dotato di strutture più adeguate per la terapia intensiva. «Hanno detto che era appendicite – spiega – ma non era vero. Poi hanno fatto altri esami, alla fine lo hanno mandato a Padova, perché a Padova c’è un ospedale più attrezzato. Lo abbiamo lasciato alle nove della sera, perché lo avevano in terapia intensiva. E in intensiva non puoi restare con lui la notte. Siamo tornati il mattino alle sei». E lì era entrato in coma. «Da quel momento Mattia non c’è stato più. L’ultima volta che abbiamo parlato con lui è stata la sera prima, quando abbiamo dovuto lasciarlo da solo».










