Un dirigente addetto alle operazioni di intelligenza artificiale in un'azienda creativa statunitense ha raccontato, in un saggio pubblicato su Noema Magazine, un fenomeno che si sta diffondendo silenziosamente negli uffici di tutto il mondo occidentale: un'ondata di disillusione esistenziale tra i cosiddetti knowledge worker, i lavoratori dei settori della conoscenza, spaventati non tanto dalla perdita del posto quanto dalla perdita di senso del proprio lavoro.
L'autore, Aaron Horwath, parte da un aneddoto minimo per raccontare un disagio enorme. Su un treno pendolare osserva per mezz'ora un giovane professionista impegnato in una call fatta di EBITDA, margin expansion e ARR. Alla fine del viaggio, per�, quell'uomo tira fuori dalla borsa non un laptop n� un manuale di produttivit�, ma due ferri da maglia: sta lavorando a un cappello invernale per la nipote. Ed � proprio in quel gesto, scrive Horwath, che compare l'unico vero bagliore di orgoglio visto in mezz'ora di conversazione.
Dietro l'aneddoto c'� una tesi pi� ampia, quella del cosiddetto Workism, espressione coniata nel 2019 dal giornalista Derek Thompson su The Atlantic per descrivere come i lavoratori pi� istruiti e meglio pagati abbiano trasformato l'ufficio in una sorta di surrogato religioso, cercandovi significato, identit� e comunit�. Il problema, sostiene Horwath, � che gran parte del lavoro da colletti bianchi non ha alcun risvolto altruistico: nel libro Bullshit Jobs, l'antropologo David Graeber aveva gi� catalogato mansioni percepite come prive di funzione reale da chi le svolge ogni giorno.






