di Gaetano Failla

In inverno, quando nevica o si forma il ghiaccio, quasi ogni cittadino pulisce istintivamente il marciapiede davanti a casa. Lo fa al 90% senza bisogno che arrivi una pattuglia: è un dovere civile spontaneo, una spinta collettiva per prevenire incidenti e garantire un transito sicuro. Sappiamo che il ghiaccio fa cadere le persone e agiamo prima.

Perché questa elementare logica della prevenzione si azzera completamente quando parliamo di cemento armato, terremoti e sicurezza delle nostre case? L’Italia è intrappolata in un paradosso storico scritto nei suoi stessi decreti. Il Dipartimento della Protezione Civile, struttura della Presidenza del Consiglio, nacque ufficialmente il 29 aprile 1982 con un mandato chiaro: “mobilitare e coordinare le risorse nazionali per assicurare assistenza alla popolazione in caso di grave emergenza”. Sta tutto qui il nostro peccato originale. Abbiamo un organismo straordinario nel post-emergenza, capace di scavare tra i detriti nelle prime 36 ore, ma siamo drammaticamente privi di una vera “Difesa Civile” della vita che agisca prima.

Come ricordano le stesse linee guida ministeriali, la prevenzione serve a fare in modo che le case non crollino; la protezione civile serve solo a prendersi cura di chi sopravvive dopo che la terra ha tremato. Ma se la prevenzione fallisce, la protezione diventa solo un pietoso conteggio dei danni. Intervenire a cercare corpi respiranti significa chiudere il cancello quando i buoi sono già scappati. Gli esempi recenti gridano questa verità. Dal crollo della palazzina a Messina – dove forse si sapeva che qualcosa non andava nei pilastri – fino ai costoni franati nei Campi Flegrei, la costante è sempre la stessa: tutti sanno, ma nessuno muove un dito per prevenire.