Con il Lupo Stefano si rideva “sul serio”, per dirla con lo slogan dei volumi regalati da Repubblica, anche nella vita privata. Non era un comico triste, secondo lo stereotipo del clown malinconico. Al contrario, stargli vicino voleva dire venire contagiati dalla sua fulminante ironia, però sempre portatrice di un ragionamento, di un’idea, di un messaggio su cui riflettere, più alla Charlot che alla Buster Keaton per intendersi. Agli estranei, nelle occasioni conviviali, poteva sembrare timido o scorbutico: invece era dotato di un’allegria contagiosa, animata dal medesimo umorismo dei suoi romanzi. Solo che, a differenza di tanti scrittori e artisti, Benni non era un piacione.
Non si preoccupava di cosa pensassero gli altri di lui, pur riversando dolcezza, generosità e umanità su amici e lettori. Non frequentava salotti letterari e televisivi, non partecipava a premi e festival. Non gli piacevano i giochi e i riti di società. Una volta, a Londra, dopo avere conquistato tutti a un concerto jazz in cui cantò, recitò e lesse poesie, lo invitarono a un party a casa di ricchi espatriati italiani: non rivolse la parola a nessuno, restando per tutta la sera ingrugnito in un angolo. Ma il giorno dopo, a cena dalla mia ragazza, le domandò: «Non ce l’avresti un divano?», dopodiché, steso su un sofà con un piatto di spaghetti in mano, tirò fuori tutta la sua simpatia.







