«Ero un piccolo ayatollah che amava usare scudiscio e scimitarra». Così, in Abitavo a Penny Lane, gustoso libro di memorie musicali recentemente edito da Giunti, Riccardo Bertoncelli commenta la recensione dell’album Storie di vita quotidiana che, nel numero di Gong del gennaio 1975, gli valse, grazie a Francesco Guccini, un posto unico nella storia della canzone italiana. «Era un viziaccio dell’epoca insegnare agli artisti cosa dovevano fare, anzi, chi dovevano essere, e io c’ero cascato con lo zelo leninista di una Guardia rossa». In cambio Bertoncelli ricevette da Guccini, con cui si chiarirono diventando amici in un pomeriggio a Bologna in via Paolo Fabbri 43, una citazione nella canzone «L’Avvelenata»: una croce di cui ancora oggi non riesce a liberarsi. «Giurerei che negli anni ‘80 la faccenda fosse stata quasi dimenticata, con il tempo invece è tornata a montare e oggi sembra quasi che sia il brano più conosciuto e ricordato di Guccini; con suo grande e giustificato dispetto, con tutto quel che di meglio ha scritto»: sempre in Abitavo a Penny Lane.

La scomparsa del Maestrone, di cui conosceva bene le precarie condizioni di salute, lo ha addolorato. «Era un amico a cui volevo bene e un artista che ho sempre stimato», dice. «Quando ci siamo conosciuti, frequentavo poco la canzone italiana, preso com’ero dal rock e dal blues. Lui mi ha insegnato a farlo».