L’intelligenza artificiale non “crea virus” da sola, ma la capacità di progettare genomi inediti segna un salto importante per la biologia sintetica. Tra enormi potenzialità mediche e rischi di sicurezza, la sfida è costruire regole capaci di tenere il passo con la ricerca, senza cedere agli allarmismi. La riflessione di Francesco Branda, professore e ricercatore presso l’Unità di statistica medica ed epidemiologia del Campus Bio-Medico di Roma

Partiamo da un dato di fatto, per evitare di cadere nella trappola dei titoli sensationalistici che hanno accompagnato la recente pubblicazione su Science: non c’è un’intelligenza artificiale che “crea virus” da sola, ma esiste una rivoluzione scientifica che cambia le regole del gioco e impone una governance globale che, al momento, non esiste.

I dettagli dello studio

In questo studio, un modello di IA addestrato su centinaia di miliardi di sequenze di Dna ha generato genomi di batteriofagi, cioè virus che attaccano i batteri, risultati perfettamente funzionanti una volta sintetizzati in laboratorio. Definire questa vicenda con la formula “l’AI crea nuovi virus” rischia di semplificare la complessità del processo. La macchina ha agito come un architetto, progettando sequenze inedite a partire da regole biologiche apprese in modo autonomo, ma senza il lavoro sperimentale dei ricercatori quei genomi sarebbero rimasti semplici file digitali, sequenze di basi azotate su un disco rigido. È come se un algoritmo avesse disegnato una casa senza aver mai studiato ingegneria, e poi un team di costruttori l’avesse edificata constatando che effettivamente “regge” e che le stanze comunicano come previsto. Definirlo un demiurgo digitale è suggestivo ma fuorviante: siamo piuttosto di fronte a un sistema che ha interiorizzato le “grammatiche” profonde della vita e le sa applicare con risultati sorprendenti, anticipando soluzioni che la natura non aveva ancora esplorato.