Ogni anno, nei primi giorni di agosto, in Calabria si verifica un fenomeno che demografi, sociologi e dietologi non sono ancora riusciti a spiegare completamente. Paesi che fino alla settimana precedente sembravano abitati soltanto dal sindaco, dal farmacista e da tre irriducibili giocatori di briscola si riempiono improvvisamente di automobili con targhe lombarde, bambini che parlano con una curiosa inflessione milanese e adulti che, appena scesi dalla macchina, dichiarano: “Quest’anno resto solo dieci giorni e non voglio esagerare col cibo”. È l’ultima frase ragionevole che pronunceranno.
Ad agosto la Calabria non registra un semplice aumento delle presenze. Vive un autentico boom demografico stagionale: balconi che si riaprono, serrande che si alzano, frigoriferi supplementari collegati alla corrente, sedie di plastica richiamate in servizio attivo e tavoli allungati fino a occupare porzioni di territorio comunale.
Il calabrese di ritorno e la dieta che dura 48 ore
Il calabrese di ritorno arriva convinto di essere ancora la persona disciplinata che era a Milano. Quella che si alza alle 6.30, corre cinque chilometri, beve latte d’avena, pesa i carboidrati e considera una mandorla uno spuntino completo. Dopo quarantotto ore in Calabria, si sveglia alle nove con davanti una brioche col gelato e una voce che gli dice: “Mangia qualcosa, ché ti vedo sciupato”.










