A Casuzze il mare ha parlato. E lo ha fatto nel modo più inatteso: non con un relitto, non con un corpo, non con un carico di droga, ma con borsoni pieni di denaro che galleggiano davanti ai bagnanti. È da questa immagine – surreale, quasi cinematografica – che parte la ricostruzione del giornalista d’inchiesta Peppe Bascietto, diventato il punto di riferimento per comprendere una vicenda che, giorno dopo giorno, si allarga oltre i confini di una semplice cronaca balneare.

Secondo Bascietto, ciò che è accaduto a poche centinaia di metri dalla spiaggia non è un episodio isolato, ma l’ultimo frammento visibile di una rotta molto più grande, un ingranaggio che collega oceani, porti, container, broker internazionali e reti criminali che attraversano il Mediterraneo senza mai mostrarsi per intero. Il guasto al motoscafo proveniente da Malta – quello che ha costretto gli uomini a bordo a gettare in mare circa 700 mila euro – è solo il punto in cui la macchina si è inceppata, lasciando emergere ciò che normalmente resta invisibile.

Bascietto individua una seconda crepa, più sottile: quella che si apre sulla terraferma, dentro un profilo Facebook che qualcuno ha provato a cancellare. È la “porta socchiusa” di Owen Jones, indicato dalla stampa come proprietario dell’imbarcazione. Jones elimina foto, video, perfino il proprio nome, ma non riesce a chiudere tutto. Un dettaglio resta: tra gli amici del nuovo profilo compare Jeffrey Cassar, padre del tredicenne trovato a bordo e arrestato a Malta per altre vicende giudiziarie. Non è una prova, non è un atto d’accusa, ma è un filo che rimane visibile mentre tutto il resto viene oscurato.