Le guerre siamo soliti sentirle attraverso gli echi delle bombe, vederle tramite le immagini di città ridotte in macerie e i numeri delle vittime. Ma nell'ombra della cronaca bellica spesso si celano i racconti di chi alla guerra è sopravvissuto, ma senza più poter cancellare dalle loro menti gli orrori subiti. È la guerra subita dalle donne. È la violenza sessuale usata come arma, per piegare e umiliare. Un'atrocità che la guerra civile in Sudan non si è risparmiata.

Nelle macerie di El Fasher dello scorso ottobre, lasciate dall'ultimo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (FSR), sono nati i figli della guerra. Bambini invisibili. Nella sua inchiesta, la BBC racconta la storia di centinaia di donne rapite, tenute prigioniere per mesi e violentate dagli uomini delle RSF. Abbandonate sull'orlo della morte e costrette a portare in grembo il frutto delle atrocità subite.

Ma in Sudan, mettere al mondo un bambino nato da uno stupro significa condannarlo all'invisibilità. Il sistema burocratico non protegge le vittime, ma le penalizza. Per registrare un bambino servono documenti di identità, codice fiscale e certificato di nascita di entrambi i genitori. Ma quando il padre è assente o sconosciuto, la procedura si blocca. E senza riconoscimento legale, un bambino non può accedere alle vaccinazioni, all'assistenza medica, all'asilo o alla scuola. Senza documenti, un bambino resta invisibile agli occhi della società.