In Sudan migliaia di donne continuano a essere sequestrate, violentate e costrette a pagare un riscatto per riavere la propria libertà.
@UN Women
Nuda, affamata, stuprata e distesa nella propria urina, la donna ha detto che i suoi carcerieri, dopo due giorni di sofferenza, le hanno consegnato un telefono. “Chiama amici e familiari, hanno detto. Di’ loro di comprare la tua libertà o verrai uccisa”.
Così comincia il terribile racconto di una 38enne sudanese all’Associated Press. Qui – in un Sudan letteralmente dilaniato da almeno tre anni da un brutale scontro tra l’esercito regolare sudanese (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) – la vita di una donna vale meno di niente.
Il copione è sempre lo stesso e di una brutalità unica: i miliziani delle Rsf sequestrano le donne, separandole dai figli o dai mariti, le trasformano in schiave e le costringono a svuotare i propri conti bancari tramite app digitali. Ma sono le telefonate ai familiari la cosa più inquietante: in diretta, al telefono, le torturano, mentre le donne urlano e chiedono aiuto. Più le grida sono disumane, più il riscatto sarà rapido, dai 1.500 ai 10.000 euro.








