«Vedo un po’ di stanchezza, vogliamo fare una pausa?». Parla per più di tre ore di fila, Giuseppe Conte. E l’impressione è che potrebbe andare avanti ancora a lungo, abituato com’è dalla precedente vita di avvocato alle maratone oratorie. Anzi: a sentirlo sembra proprio che non vedesse l’ora, l’ex premier, di pronunciare la sua arringa difensiva di fronte alla commissione d’inchiesta sul Covid, l’organo voluto dalla maggioranza (e in particolare da Fratelli d’Italia) per indagare sulla gestione della pandemia che alle opposizioni somiglia molto a una «clava politica» brandita contro l’allora maggioranza di centrosinistra. La stessa contrapposizione che va in scena nelle cinque ore e mezza successive: tre di relazione («monca», accusa Conte, perché «avrei dovuto coinvolgere l’operato delle Regioni che voi invece avete irresponsabilmente escluso dall’indagine») e il resto di domande. Un lungo botta e risposta in punta di fioretto con gli esponenti meloniani, a cominciare dai colonnelli di via della Scrofa Bignami e Filini, in cui Conte alterna le massime del giurista al piglio del leader d’opposizione. E in cui finisce tutto, e sembra quasi di rivedere il film tragico di quei mesi: il lockdown, i dpcm, le mascherine, la struttura commissariale gestita da Domenico Arcuri, i vaccini. L’ex premier non si sottrae, ma non nasconde lo scetticismo: «Giuro sul mio onore, l'onore che qualcuno qui ha perso già durante la pandemia, quando anziché combattere con noi in trincea si è rifugiato nelle polemiche più futili». Punta il dito contro FdI, l’ex premier, che incolpa di aver messo su una commissione «concepita, ormai è chiaro, come un plotone di esecuzione nei miei confronti» e come «una gabbia di protezione verso gli amministratori locali dei propri partiti», quei governatori di Lega e Forza Italia delle regioni del Nord. Ma «potete scavare quanto volete», tira dritto: «Non troverete mai qualcosa di illecito su di me, dalle inchieste sono uscito a testa alta». A sera, uscito da Palazzo San Macuto, chiama in causa Giorgia Meloni: «È lei la regista degli attacchi contro di me, mi affronti». La replica della premier non si fa attendere: «Il lavoro della commissione Covid non è un processo a una persona, tutt'altro. E francamente non capisco perché l'ex premier Giuseppe Conte non si sia unito fin dall'inizio al coro di chi chiedeva risposte alle troppe domande rimaste senza risposta e ha invece scelto di mettersi sulla difesa o, come nelle sue ultime dichiarazioni, di buttarla in politica. Non è un processo verso una persona, ma un dovere verso una nazione che ha pagato un prezzo altissimo. La verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani».
Covid, Conte: «Da me nessun illecito». E porta in procura un documento sui 100 milioni di euro alla Jc Electronics per le mascherine. Botta e risposta con Meloni
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