Forse fa venire il cancro, ma nel dubbio continuiamo a usarlo. Questo sembra essere il surreale enunciato dietro la sentenza di qualche settimana fa, in Missouri, US, in merito al Glifosate. Il glifosato è un erbicida “totale”: significa che elimina quasi ogni specie vegetale (tranne ciò che è stato selezionato o trasformato per resistergli). Agisce bloccando un enzima essenziale per la crescita delle piante e provocandone la morte. È prodotto dalla multinazionale Bayer che ha inglobato la Monsanto, produttrice del celebre “Roundup” il cui principio attivo è appunto il glifosato. Uno dei terreni di battaglia è il riquadro dell’etichetta: uno spazio cruciale per allertare gli utilizzatori o tacere il rischio. Infatti, tale principio attivo (e il prodotto commercializzato) è al centro di decine di migliaia di cause legali contro la multinazionale Bayer: i querelanti accusano l’erbicida di aver causato il linfoma non-Hodgkin e molti altri gravi problemi di salute dopo utilizzi ed esposizioni prolungate. Molte cause sono incentrate sul fatto che, non essendo segnalati i rischi in etichetta, i cittadini non hanno riconosciuto il rischio, non si sono protetti e hanno successivamente sviluppato patologie.
Glifosato forse cancerogeno, ma si continua a usarlo: perché?
Bayer assolta per il linfoma di Durnell, l'Ue proroga il glifosato al 2033. Il principio di precauzione non esiste?






