Ora che Francesco Guccini se ne è andato, mentre si affollano ricordi e si organizzano pellegrinaggi spontanei nella sua Pàvana e in via Paolo Fabbri 43, da domani l’emozione si accompagnerà alla riscoperta.È questo il modo migliore per omaggiare il Maestrone: rileggere le sue parole, i libri – era stato finalista al Premio Campiello nel 2020 con il libro “Tralummescuro-Ballata per un paese al tramonto” (Giunti) - e le interviste. Riascoltare la sua musica, le rime spregiudicate che non fanno sconti e parlano la lingua della libertà, intrise di spirito anarcoide e ribelle. Le collaborazioni che non erano ancora featuring, le tavolate bolognesi con gli amici Lucio Dalla e Roberto Vecchioni.Tornare alle canzoni che hanno fatto la Storia – “L’Avvelenata”, “Dio è morto”, “La locomotiva” e almeno un’altra dozzina indimenticabili – e ad altre meno note e bellissime come “Odysseus”, nell’album “Ritratti” (2004), che racconta Ulisse come un eroe di terra, non di mare. «Ho pensato che un grande navigatore può essere anche uno come me. In fondo la pietrosa Itaca poteva anche essere un’isola collinare come la Sardegna, che non è terra di celebri naviganti», aveva detto il cantautore. Il suo Ulisse montanaro fece scandalizzare i benpensanti, ma era il Guccini-pensiero in purezza.E allora, fuggendo luoghi comuni ed etichette, vale la pena andare a ritroso e navigare tra i frammenti sparsi della memoria. Seguire Guccini nei suoi continui saliscendi, se così si può dire, tra la filosofia di Cartesio e l’utopia, i massimi sistemi e gli scazzi di tutti i giorni.E vale la pena, forse, ripartire proprio dalla politica, con la diatriba infinita che lo ha sempre accompagnato e che oggi attraversa il mondo della musica e i suoi protagonisti: impegno sì, impegno no, «la mia musica parla per me, non ho mai affermato questo» e così via tra mezze frasi ritrattate, abiure, timide dichiarazioni d’intenti da parte di molti.Suscitò un vespaio di polemiche, qualche anno fa, l’affermazione del cantautore in un’intervista con Aldo Cazzullo, al Corriere della Sera. «Mai stato comunista», aveva detto Guccini. Salvo poi spiegare in un’altra intervista, stavolta con L’Espresso, a firma Gigi Riva, che lui aveva votato per il Pci di Enrico Berlinguer: «Sì, sì, con lui ho votato Pci. Lui mi stava bene», aveva detto, aggiungendo poi: «È vero, Berlinguer era socialista in fondo, e mi riferisco al socialismo pre-craxiano, a Nenni. Il suo comunismo era scevro dallo stalinismo, dai carri armati in Ungheria e a Praga, quindi occidentale e molto diverso, mi trovava d’accordo». Eppure per comprendere basterebbe leggere e rileggere, non andare a caccia di sensazionalismi. Per esempio l’intervista con Guccini di Chicco Ricci, giugno 1975, mezzo secolo che sembra un tempo infinito. Su Muzak, leggendaria rivista uscita tra il 1973 e il 1975, legata agli ambienti della sinistra extraparlamentare e della controcultura, diretta da Giaime Pintor (tra le firme Gino Castaldo, Alessandro Portelli, Lidia Ravera). «Son socialista e quindi più umanista», recitava il titolo. «E la politica?», domanda il giornalista: «Non ho fedi, ne ho delle mie, se vuoi, e per questo sarei pronto a combattere, non lo farei però per convincere te che la mia idea è quella giusta», risponde Guccini: «Non voglio dire io sono nel giusto, tu sei nel torto e sei pure coglione, si cade nel dogmatismo, nello stalinismo. So che non sei d’accordo e posso capirti, ma io sono socialista, più umanista, quindi». Basterebbe leggere, ascoltare. Senza fretta. Senza pregiudizi.