È considerato un nemico degli ecosistemi costieri, capace di adattarsi a condizioni estreme e di proliferare tra lagune, stagni e mari senza risentire nemmeno degli effetti del cambiamento climatico. Il granchio blu, specie aliena invasiva che negli ultimi anni ha messo in difficoltà molte aree della pesca italiana, potrebbe però trasformarsi da emergenza ambientale a opportunità economica grazie a una nuova tecnologia per recuperare dai suoi scarti una sostanza di grande valore: la chitina. Quindi non solo polpa che potrebbe finire in vasetti pronta da mangiare come propone il Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine.

A sviluppare un metodo innovativo per estrarre questo biopolimero in modo più rapido, sostenibile ed efficiente sono stati i ricercatori dell’Enea in collaborazione con l’Università della Calabria. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Biological Macromolecules, descrive un processo che consente di ottenere chitina di alta qualità riducendo l’impiego di sostanze chimiche, i tempi di lavorazione e migliorando la resa finale.

Il punto di partenza è proprio ciò che oggi rappresenta il principale problema della diffusione del granchio blu: gli enormi quantitativi di biomassa di scarto prodotti dalla sua lavorazione. Carapaci, chele e parti non commestibili possono arrivare a rappresentare fino all’85% del peso dell’animale. Ogni anno, secondo i ricercatori, si generano circa 270 mila tonnellate di questi residui, spesso destinati a discarica o incenerimento con un impatto ambientale ed economico significativo. La soluzione individuata punta a trasformare quello che oggi è un rifiuto in una materia prima strategica per la bioeconomia.