di
Aldo Cazzullo
Nel tratto era gentile, disponibile, affettuoso, sempre con un velo di riserbo e di malinconia. Conosceva i cuori delle donne e sapeva esprimerne la sofferenza
I suoi indirizzi erano diventati dischi, microcosmi, mondi. Via Paolo Fabbri 43, il quartiere Cirenaica a Bologna, le case dei ferrovieri, la piccola borghesia, il vicino pensionato – «lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare, l’odore quasi povero di roba da mangiare…», gli altri vicini che vennero a bussargli una mattina all’alba: «Abbiamo saputo che sta scrivendo una canzone sul pensionato, noi preferiremmo non comparire…».
Pavana, il mulino dei nonni, il padre Ferruccio che torna dalla prigionia in Germania e lo butta nel laghetto per insegnarli a nuotare, le balere, i primi amori, il primo goccio di liquore, «mai vino rosso che appesantiva l’alito», le prime ragazze, il primo gruppo musicale: «Ci chiamavano i Gatti, suonavamo da ballo, ma anche Peppino di Capri». Però l’ultimo indirizzo del cuore di Francesco Guccini era meno conosciuto.










