Ve lo dico col lessico di una che ha studiato dalle Orsoline e dai Barnabiti. Ve lo dico con la pazienza di una che ventitré anni fa – quando la Locanda prese la stella Michelin e quel gran figo di Giorgio Locatelli stava su tutti i giornali inglesi perché ci andava a mangiare Madonna – disse a tutti i giornali per cui scriveva «bisogna intervistarlo», e tutti le risposero: ma perché bisogna intervistare un cuoco?
Ve lo dico con l’esasperazione di chi undici anni fa scrisse un libro sulla gastrocrazia che ha fatto in tempo ad andare fuori diritti e quindi dovete credermi senza poterlo comprare se vi dico che già undici anni fa, quando “Masterchef” ancora gattonava, era chiaro che il rapporto di questo secolo coi ristoranti stava sfociando nel fanatismo religioso.
Ve lo dico con la consuetudine di una che mangia al ristorante centinaia di volte all’anno; di una che, essendo figlia di mitomani, mangiava al ristorante persino da piccola, nel Novecento, quando le persone normali facevano da mangiare a casa; di una che sono più le volte che esce dal ristorante indispettita che contenta, e non dipende dalla qualità delle pietanze.
Ve lo dico dopo essermi sorbita, in un mondo che ha deciso che intervistare i cuochi ha senso, due ore di un podcast in cui un cuoco dimostra a ogni risposta di non capire nientissimo del mondo e l’intervistatore gli dà ragione su tutto, due ore che hanno risvegliato in me il terribile trauma del 22 dicembre, sul quale magari poi torno e magari no, non so se sono pronta a riaprire la ferita.







