Roma sta progressivamente spostando il baricentro della propria politica sull’intelligenza artificiale dalla regolazione alla costruzione dell’infrastruttura, con oltre 25 miliardi di euro di investimenti strategici in data center. La sfida sarà ora trovare un equilibrio tra l’attrazione di capitali internazionali e un quadro normativo nazionale sempre più articolato

Fino a pochi anni fa, la politica italiana sull’intelligenza artificiale ruotava soprattutto attorno alla governance: regole, autorità competenti, principi etici e recepimento della normativa europea. Oggi, invece, il governo sta iniziando ad affiancare a questa dimensione un secondo pilastro: l’infrastruttura fisica che rende possibile lo sviluppo dell’AI.

Il cambiamento non è casuale. In tutto l’Occidente la competizione si sta progressivamente spostando dagli algoritmi al controllo della capacità computazionale, dell’energia, delle filiere dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali. È la logica della cosiddetta Tokenpolitik, nella quale la leadership nell’intelligenza artificiale dipende sempre meno soltanto dai modelli e sempre più dalla disponibilità di calcolo, elettricità e data center. Anche alla luce dell’adesione italiana alla dichiarazione Pax Silica, Roma sembra voler ritagliarsi un ruolo in questa nuova geografia strategica.