Cosa cambia con la "sospensione" del trattato

Stefano Giordano

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Dal 1° agosto l’Italia ha sospeso per un mese Schengen con la Spagna: controlli mirati, nei porti e negli aeroporti, sui soli cittadini extra Ue in arrivo dai voli spagnoli, dopo la crisi di Ceuta (decine di migliaia di ingressi dal Marocco, decine di morti). Alla vigilia si annunciava l’apocalisse: scali «in tilt», «follia ad agosto», ferie rovinate. Dopo il primo weekend, da bollino nero, il bilancio è un altro: verifiche a campione ai gate, approfondite solo se i documenti non tornano. Niente code, niente caos.

Era necessario? Provvedimento politico lo è senz’altro, più simbolico che operativo. Ma chi grida allo strappo dimentica che Schengen è un’adesione, non un dogma: il Regno Unito non ne ha mai fatto parte in quasi mezzo secolo di membership europea, e l’Irlanda ne resta fuori ancora oggi. Quanto ai controlli, la clausola di salvaguardia (artt. 25 ss. del Codice frontiere) è stata attivata oltre 470 volte dal 2006, diciassette dall’Italia con governi di ogni colore — Berlusconi per Genova e L’Aquila, Gentiloni per Taormina, Draghi per il G20 — e nessuno stracciò le vesti; la Francia non ha mai tolto i suoi dal 2015, a colpi di proroghe che la Corte di giustizia nel 2022 ha giudicato non reiterabili all’infinito. Un mese di controlli, notificato secondo procedura, è al confronto un esercizio di ortodossia. L’unica novità: mai uno Stato aveva sospeso Schengen contro un altro membro, accusandolo di negligenza sulle frontiere esterne.