Come le politiche sui confini, fatte anche dalla sinistra, hanno consegnato le chiavi della gestione migratoria a Paesi terzi.
Quello che è accaduto qualche giorno fa a Ceuta domani può accadere a Lampedusa, a Trieste, a Kastanies o a Lesbos. Anzi, è già accaduto ma ce lo siamo dimenticati. O meglio, qualcuno ha fatto finta di dimenticarsi per gridare all’invasione e provare a racimolare voti. Eppure i fatti di Ceuta di fine luglio dovrebbero ricordarci che è stata l’esternalizzazione della frontiera a renderci vulnerabili in alcuni punti di confine e ricattabili da dittatori e autocratici.
Andiamo con ordine: Ceuta, come si è detto in ogni modo, è territorio legalmente spagnolo ma in terra marocchina che insieme a Melilla non è stato incluso nel trattato di decolonizzazione del 1956, quando la Spagna ha restituito al Marocco tutti i territori che facevano parte del protettorato spagnolo. Le due città venivano allora considerate a tutti gli effetti spagnole perché già in passato lo erano: Ceuta dal 1668, Melilla dal 1497. Eredità coloniale quindi, che ha lasciato aperto un altro fronte tra i due Paesi: quello del Sahara Occidentale, ovvero il luogo dove il popolo Saharawi vive da sempre ma che con la decolonizzazione spagnola di quel territorio nel 1975 aveva sperato nell’autodeterminazione e nell’indipendenza, ritrovandosi invece sotto occupazione marocchina a seguito della Marcia Verde con 350.000 civili scortati dall’esercito. Accordi con Paesi terzi e rimpatri veloci Le tensioni tra Spagna e Marocco non hanno impedito ai due Paesi di siglare un accordo bilaterale nel 1992, di fatto precursore delle politiche migratorie europee attuali, che prevedeva le devoluciones en caliente, respingimenti veloci di chi arrivava in territorio spagnolo attraversando il piccolo tratto di mare che separa i due Paesi o nelle due enclave Ceuta e Melilla. Con gli occhi di oggi sembrerebbe scontato che un accordo di quel tipo fosse stato siglato da un partito di destra, di quelli che oggi invocano la remigrazione e le frontiere chiuse. Eppure è stato il PSOE, il partito socialista che oggi è al governo e che ha come leader Pedro Sánchez. Da quel momento più volte è accaduto che il Marocco facesse pressione sulla Spagna con i flussi migratori: nel 2015 con al governo la destra con Mariano Rajoy, così come nel 2021 quando arrivarono a Ceuta 10.000 persone in 48 ore. Al governo c’erano i socialisti con Pedro Sánchez e a scatenare quella crisi fu l’accoglienza del leader del Fronte Polisario, l’organizzazione politica dei Saharawi, in un ospedale spagnolo per curarlo dal Covid. Un ricatto geopolitico del Marocco ma figlio della scelta di delegare le politiche migratorie a un Paese terzo con la politica dell’esternalizzazione della frontiera. E quegli accordi arrivano dalla sinistra spagnola, che in qualche modo è stata la precursore di quello che è accaduto in Europa negli ultimi vent'anni; e non è un caso che li abbiano fatti i progressisti, quelli che hanno aperto la strada alle politiche dei porti chiusi e della remigrazione.











