Solo radicandosi in un progetto conservatore e popolare, i cattolici potranno tornare a costruire “Gerusalemme” anziché essere complici dell’ennesima “Babele” tecnocratica e materialista. Non potendo ottenere nulla, puntando a un centrismo che non c’è e a una terza via destinata a essere stritolata dal potente bipolarismo del sistema. Il commento di Benedetto Ippolito

Il dibattito contemporaneo sulla presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana è tornato a gravitare attorno alla proposta di ricostruire un “centro dinamico”. Come sostenuto recentemente da Giorgio Merlo su Formiche.net, il futuro dei cattolici sarebbe indissolubilmente legato al rilancio di un progetto politico centrista, riformista e democratico, senza il quale la loro presenza rischierebbe di ridursi a un ruolo debole e politicamente irrilevante. Tuttavia, una rilettura attenta della Dottrina sociale della Chiesa alla luce delle sfide del 2027 suggerisce che questa nostalgia per il centrismo sia non solo anacronistica, ma dottrinalmente fragile.

L’idea di una politica cattolica “di centro” intesa come zona di mediazione con le istanze progressiste si scontra con i confini netti tracciati dal Magistero fin dalle sue origini moderne. Nella Rerum Novarum (1891), Papa Leone XIII definì il socialismo un “falso rimedio” che, agitando l’odio verso i ricchi, mira a sopprimere la proprietà privata, diritto fondato sulla legge naturale e divina. Per la Chiesa, la soluzione socialista è intrinsecamente inaccettabile poiché danneggia gli stessi operai, manomette i diritti dei proprietari e scompiglia l’ordine sociale.