La mattanza. Quando scendo al porto di Favignana è la prima cosa che colgo. È la prima che arriva.

Già il suono della parola, che sia pronunciata ad alta voce o sussurrata, mette addosso un senso di inquietudine. Evoca qualcosa di irreparabile.

Attracco al porticciolo. Attraversando quel tratto di mare dove, nell’Ottocento, i Florio trasformarono la tonnara in quella che sarebbe diventata la più grande industria di lavorazione del pesce del Mediterraneo. Di questo, dopotutto, si trattava: del più grande sistema di cattura e lavorazione del tonno dell’epoca. Una mattanza.

La mattanza che racconta l’altra faccia dell’imprenditore illuminato che, grazie all’intuizione della conservazione sott’olio, rese il tonno un prodotto destinato a raggiungere il mondo intero. Ma resta pur sempre la storia di migliaia di animali attirati, intrappolati e uccisi. Come avviene ancora oggi, in forme diverse, con tante specie. D’altronde, l’Homo sapiens è anche questo: continuare a considerare naturale un mondo costruito a propria misura. Un mondo profondamente, e forse erroneamente, antropocentrico.

La mattanza è raccontata nel museo di Favignana. Ma con tatto. Perché certe storie possono essere narrate senza trasformare il dolore in spettacolo, pur mantenendone la forza. È quello che è stato proposto nella sala multimediale dedicata alla mattanza: due danzatori riproducono il percorso mortale del tonno, con grazia e tristezza. Volteggiando tra reti immaginarie.