HomeMilanoCronacaIl lieto fine di Barros. Dalla Costa D’Avorio alla ristorazione milaneseA 12 anni la madre lo mise su un aereo, viaggiò solo da Abidjian a Londra "Ho saputo dopo che mia mamma era morta, così mi aveva voluto salvare".Barros Stephane N’Douba nel giardino ristorante “Acquacheta» dove lavoraRicevi le notizie de Il Giorno su GoogleSeguiciLondra, 14 febbraio 2000. Sala d’attesa dell’aeroporto. Agli arrivi c’è un bambino di 12 anni tutto solo, con un cartello al collo che porta il suo nome. Si guarda intorno e per la prima volta in quel lungo viaggio che dalla Costa d’Avorio lo porterà in Italia - dove ad aspettarlo c’è il papà, del quale ha solo ricordi sfocati - ha paura. "Faceva freddo e io avevo abiti leggeri. Quelli pesanti che mamma mi aveva preparati erano nella valigia, diretti verso Milano. Mi giravo intorno e vedevo solo tutte persone bianche. Cercavo qualcuno o qualcosa che mi fosse in qualche modo familiare, ma non trovavo nessuno. Non ero abituato, ero piccolo. Le palazzine e la neve le avevo viste solo nei cartoni animati".

La madre di Barros Stephane N’Douba lo ha messo in un aereo verso un altro mondo, con il presentimento, forse, di non vederlo mai più: "Ricordo che mi disse di trattare la nuova compagna di mio padre con rispetto perché, da quel momento in poi, sarebbe stata un’altra mamma per me. Poi non la ho più rivista. Quel saluto in aeroporto è l’ultimo ricordo che ho di lei. Ho saputo che era morta quando avevo 17 anni", racconta Barros, che quell’atto assoluto d’amore non può che definirlo "una cosa bellissima". Lo incontriamo nel ristorante dove lavora in viale Monza, oggi che ne ha 38 di anni. Dall’Africa arriva a Villasanta, in provincia di Monza. "Mio padre mi iscrive alla quarta elementare. Ero l’unico nero in tutta la scuola e non è stato semplice trovare degli amici, anche perché parlavo solo francese. Lì è iniziato un rapporto complicato con la mia identità: la maestra ricordo che mi presentò a tutti con il mio secondo nome, Stephane, perché forse suonava più occidentale. Ma fino ad allora tutti mi avevano sempre chiamato Barros. Quindi in quel periodo è come se avessi avuto due nomi, due mondi da tenere insieme. Oggi sono semplicemente Barros. Non ho dubbi".