Ancora una volta ci ritroviamo nel consueto clima da caccia alle streghe. L’aggressività sui social cresce soprattutto quando si tratta di attaccare qualcuno che si espone su temi scientifici. In assenza di ideologie e religioni condivise, la scienza sembra essere diventata il luogo delle nuove verità sacre. Non ci si indigna con la stessa intensità di fronte alle tragedie, ma ci si mobilita immediatamente per difendere quella che, in un determinato momento, viene presentata come l’unica verità scientificamente ammissibile. La gente, però, non è scema. Dovremmo smettere di liquidare come “analfabeti funzionali” coloro che condividono una notizia imprecisa o incompleta. Quando un messaggio diventa virale, va preso sul serio: non necessariamente perché sia corretto in ogni sua parte, ma perché spesso intercetta esperienze, dubbi o contraddizioni che molte persone sentono sulla propria pelle. Il compito di chi desidera fare informazione in ambito scientifico dovrebbe essere comprendere quei dubbi e argomentare rispondendo nel merito, senza ridicolizzarle.
Non è certo la prima volta che un cosiddetto esperto afferma sciocchezze sui fattori di rischio epidemiologici. È accaduto persino a figure istituzionali durante la pandemia. Si potrebbe semplicemente discutere i dati, i limiti e le fonti di bias e di confondimento. Invece si preferisce spesso lanciare anatemi, alimentando contrapposizioni e banalizzando qualsiasi discorso complesso. Siamo in estate e l’ultimo fenomeno social, forse utile anche a distrarre dalle guerre reali, riguarda il sole. È vero: l’esposizione solare può rappresentare un fattore di rischio, ma il sole è anche una fonte di vita. Ancora una volta vediamo quanto sia difficile tenere insieme la complessità e farne conoscenza.













