L’interesse dei clienti e dei grandi operatori per la sovranità digitale attira capitali e attenzione sul business dei data center. Da due anni la politica ci lavora alacremente: vediamo perché.Indice degli argomenti

Normativa data center, dalle origini a oggiNormativa data center: aspetti urbanistici e paesaggisticiEsempi praticiA che punto siamo oggi con il quadro normativo dei data centerData center e politica italianaIl caso della LombardiaData center e PugliaTrentino, Piemonte, Veneto, Lazio, Emilia-RomagnaQuali autorizzazioni servono per i data centerIl Decreto BolletteIndirizzi operativiNormativa data center in Italia, la proposta di leggeData center e recupero aree dismesseIl testo della proposta di legge sui data centerI tempiLa proposta di Regolamento UEIl futuro della normativa sui data centerLa necessità di semplificare le procedure di autorizzazioneIl ruolo degli hyperscalerLe prospettive degli operatori del mercatoLa valutazione di AWSI progetti di DeernsIl nodo dell’elettricitàTre percorsi di comunicazioneL’esperienza di Digital Realty, colocator internazionale che entra ora in ItaliaL’opinione pubblicaL’analisi di EquinixIl confrontoIDA – Italian Data Center AssociationNormativa data center, dalle origini a oggi Prima del cloud, le grandi organizzazioni avevano un Centro Elaborazione Dati (CED) relativamente piccolo e artigianale: macchine una diversa dall’altra acquistate via via che servivano, locali o edifici generici, impianti di raffreddamento e alimentazione elettrica altrettanto generici, procedure di gestione manuali, errori. Incendi, a volte capitava. Molto meglio si organizzavano gli operatori specialistici (“hoster”) che collocavano le macchine in ambienti specializzati, con tutti i servizi essenziali ridondati e protezioni fisiche di prim’ordine, e soprattutto con procedure di gestione degli incidenti rigorose e collaudate. Anche loro lavoravano su scala piccola per gli standard di oggi, su macchine spesso affidate loro dai clienti, quindi vecchie e disparate, quindi a costi unitari alti. Le piccole e medie organizzazioni avevano server sotto le scrivanie o nel seminterrato; quelle attente facevano backup giornalieri o settimanali e un piano per ripartire in qualche giorno, forse.Era un mondo dove i servizi digitali erano secondari, a supporto di processi produttivi e gestionali sostanzialmente analogici. Quel locale di servizio contava quanto di un magazzino, meno di uno stabilimento. Il legislatore lo ignorò, e forse faceva bene. A cavallo del 2000, a cominciare dagli Stati Uniti, i servizi di connettività internet e poi di commercio elettronico furono l’occasione per data centre molto più grandi. Amazon fu la prima a creare le infrastrutture cloud che conosciamo oggi: servizi come quelli degli hoster di prima ma su scala mondiale, ingegnerizzati e virtualizzati a un livello prima impensabile. Le infrastrutture cloud rimasero estranee all’Italia, anche quando alcuni poli in Europa (FLAPD: regioni metropolitane intorno a Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) cominciarono a svilupparne in quantità significativa.Normativa data center: aspetti urbanistici e paesaggistici Una dozzina di anni fa, la crescita della domanda di infrastrutture digitali spinse i primi operatori internazionali ad entrare in Italia per proporre data center alla scala del cloud. Anche i pochi operatori nazionali capaci di realizzazioni simili cominciarono ad espandersi fuori dalle città che li avevano visti nascere e li conoscevano bene. Fu allora che, comune per comune, operatori di data center e uffici tecnici si resero conto di venire da pianeti diversi: i pionieri delle infrastrutture digitali su grande scala si trovarono a presentare cosa fosse un data centre all’ufficio tecnico di ciascun comune interessato: geometri e qualche architetto, che conoscevano benissimo le fabbriche e le centrali di energia, i centri commerciali e i magazzini, gli edifici residenziali e quelli per uffici, persino i call center e i centri logistici intermodali, ciascuno con la sua destinazione d’uso urbanistica.Nulla sapevano di questi altri manufatti che arrivano facilmente a decine di migliaia di metri quadrati di estensione e molti megawatt di consumo, eppure generano pochissime emissioni e quasi nessun traffico viario, e impiegano molti meno dipendenti di una fabbrica di consumi e superficie paragonabili. E non bastava l’ufficio tecnico, né gli assessori ad ambiente, lavoro, urbanistica: gli aspiranti data centre dovevano presentarsi e negoziare permessi con numerose altre amministrazioni locali: dai responsabili di parchi e giardini, agli amministratori delle risorse idriche; dalle città metropolitane ai gestori di strade e ferrovie che i cavi di alimentazione e telecomunicazioni avrebbero dovuto attraversare.Esempi praticiDue esempi aiutano a chiarire quanto è complicata la questione che in quegli anni si scopriva e da un paio soltanto finalmente si inizia ad affrontare: ciascun Comune può e deve scegliere in autonomia a quale tipo di edificio assimilare i data center, che i regolamenti urbanistici italiani non prevedono come specifica destinazione d’uso. Ai fini delle autorizzazioni ambientali, i data centre sono assimilati a centrali elettriche di potenza almeno pari a quella che assorbono! Questo perché in caso di necessità, magari per meno di un millesimo del tempo totale di funzionamento, saranno i loro generatori di emergenza a produrre in loco l’elettricità necessaria. A che punto siamo oggi con il quadro normativo dei data center Molto è cambiato da quando in Italia i CED erano locali tecnici di servizio, e il business degli hoster un errore di arrotondamento nel calcolo del PIL. Oggi la domanda di infrastrutture digitali in Italia compresi i data center è forte per tre motivi: c’è bisogno di sovranità, nazionale e comunitaria, di potenza per l’intelligenza artificiale, e soprattutto si stanno saturando i FLAPD (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino: le sedi della prima ondata di data centre cloud in Europa). Se fino a qualche anno fa soddisfacevano agevolmente le esigenze europee, ora incontrano limiti soprattutto nella disponibilità di energia elettrica. Dall’elezione di Trump, il tema della sovranità in particolare è diventato cruciale, rendendo evidente una lacuna oggi critica: le attuali procedure (o l’assenza delle stesse in molti casi) non la tengono in alcun conto. Ad esempio, dal punto di vista dell’attribuzione della potenza energetica disponibile dell’autorizzazione ambientale non vi è alcuna differenziazione basata sulla nazionalità di chi controllerà il futuro data centre e chi dovrebbe avere priorità di accesso a risorse preziose sul territorio, come terra ed energia, che, nel medio-lungo termine, non sono infinite. Attualmente non vi sono specifiche basi normative che consentano di dare priorità agli operatori nazionali ed UE (e, comunque, gli operatori extra-UE stabiliti in Europa sarebbero in prima approssimazione parificati a quelli di nazionalità europea) ma, come si dirà più avanti, una proposta di regolamento europeo potrebbe introdurre criteri più restrittivi, in presenza di scarsità di risorse , basati per lo più sulla strategicità e l’interesse europeo al progetto.Più in generale, ancora oggi quando Terna attribuisce ai diversi operatori la potenza che i loro progetti richiedono, i data center al momento – nel bene e nel male – non godono di nessun regime specifico: anche qui l’iter è simile, mutatis mutandis, a quello che viene seguito per realizzare qualsiasi altra infrastruttura che usa molta energia; è come se si chiedesse l’allaccio per uno stadio, un campus universitario, un impianto industriale: occorrono passaggi con i ministeri competenti (tipicamente MASE e MIMIT), attivare una conferenza di servizi, cui partecipano anche le amministrazioni regionali e locali competenti, presentare il progetto a Terna e, soprattutto, assicurarsi che l’erogazione di potenza al data centre – che, a differenza di uno stadio, ha un consumo costante h24, sia sopportabile dalla rete. Questo è un punto chiave per gestire con efficacia la domanda di nuovi progetti, come mostra la “bolla” di richieste di allacciamento elettrico, che oggi assommano a decine di gigawatt, cioè decine di volte la potenza assorbita da tutti i data centre in costruzione e in programma, e centinaia di volte quella dei data centre attivi.Milano e la Lombardia si trovano già in una situazione di forte densità di data center, fortunatamente ancora lontana da limiti energetici, e con la Spagna (avvantaggiata da un’abbondanza di energia solare a basso costo, fungono da capofila di una seconda ondata di sviluppo delle grandi infrastrutture in Europa che riguarda oggi anche Polonia, Svizzera e paesi nordici, e si va allargando ancora.Nell’ultimo anno i progetti e gli annunci da decine o centinaia di megawatt IT si stanno estendendo alla Puglia, Roma e Lazio, e poi Campania, Sicilia e altre aree, si stanno attivando per infrastrutture della stessa scalaIntanto fioriscono iniziative di sviluppo più distribuite di data centre “edge”, di prossimità, piccoli ma moderni. Recentemente alcuni operatori, come Mediterra partendo proprio da Roma, si attivano in particolare per diffondere data centre “premium”, più piccoli dei campus da decine di megawatt offerti da hyperscaler e colocator ma altrettanto moderni tecnologicamente, e più grandi e vicini ai clienti di quelli da un megawatt o meno, tradizionali o edge.Data center e politica italiana La politica aveva già prodotto norme fortemente vincolanti per la gestione dei servizi digitali, che anche i gestori di data center sono chiamati a rispettare. Dal 2023, finalmente, la politica ha cominciato ad attivarsi anche per ridurre gli spazi di incertezza e disomogeneità locale descritti sopra. I primi risultati concreti sono stati:Nel 2023 è stata creata l’Unità di missione attrazione e sblocco degli investimenti (UMASI) del Ministero per l’Industria e il Made in Italy (MIMIT) – volta a investimenti di tutti i tipi ma progressivamente più attiva sui progetti di infrastrutture digitali. Le linee guida della regione Lombardia, di giugno 2024, e, oggi, una vera e propria legge regionale sul tema. (Altre Regioni stanno lavorando su proposte o inserendo disposizioni nei propri strumenti di pianificazione energetica e territoriale, pur senza una disciplina organica paragonabile a quella lombarda). Le diverse proposte di legge nazionale per lo sviluppo dei data centre, a partire da quella di Azione di luglio 2024, con prima firmataria l’onorevole Giulia Pastorella, confluite in un testo unificato approvato dalla Camera a febbraio del 2026 e ora incardinato all’8° Commissione Permanente del Senato (Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione tecnologica). Le linee guida del Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica (MASE) di agosto 2024 Il nuovo codice ATECO provvisorio, da gennaio 2025 Nel 2026 è stato infine compiuto un primo passo – in qualche modo anticipatorio di alcuni elementi delle proposte di Legge nazionale sul tema – con l’introduzione nel c.d. “Decreto Bollette” (D.L. 20 febbraio 2026 n. 21, convertito dalla L. 49/2026) di una previsione che istituisce per i data center un procedimento amministrativo autorizzativo unico, per ridurre la necessità di molteplici autorizzazioni edilizie e settoriali. In prospettiva, la proposta di Regolamento UE c.d. “CADA” (Cloud and AI Acceleration Zones), attualmente alle fasi iniziali del suo cammino di approvazione. UMASI contribuisce a ridurre complessità e tempi della burocrazia. Ha l’obiettivo di facilitare l’approvazione di grandi investimenti in Italia coordinando l’applicazione di una serie di norme definite negli ultimi anni, come quella per i programmi di investimento che il Consiglio dei ministri dichiari strategici. In condizioni opportune, può in particolare sostituirsi alle amministrazioni pubbliche competenti a fronte di loro “inerzia o ritardo”.Il caso della LombardiaLe linee guida pubblicate da Regione Lombardia furono uno strumento prezioso per le pubbliche amministrazioni di quel territorio e un utile riferimento per altre pubbliche amministrazioni interessate. Comprendevano infatti una definizione dei data centre e una loro classificazione in cinque tipologie, e criteri differenziati per le procedure di autorizzazione in funzione della potenza assorbita, Riducevano così la discrezionalità delle amministrazioni e soprattutto aiutavano quelle che affrontano per la prima volta il tema. Il loro limite principale era naturalmente di essere orientative anziché vincolanti. Con la nuova Legge Regionale lombarda intitolata “Disposizioni in materia di insediamento di centri dati” non si introduce un autonomo regime autorizzatorio o un distinto sistema di concessioni regionali, ma si modifica ad hoc il quadro di governo del territorio entro cui si rilasciano i titoli edilizi, ambientali e urbanistici funzionali all’insediamento di tali infrastrutture.La legge stabilisce infatti una gerarchia territoriale in base alla quale ogni richiesta deve venire valutata, privilegiando insediamenti in aree industriali dismesse, aree degradate, brownfield e siti produttivi già urbanizzati, al fine di limitare il consumo di suolo derivante dai data centre. A tal fine vengono inoltre maggiorati sino al 200% gli oneri urbanistici per insediamenti in aree rurali, verdi o suolo non urbanizzato. Vengono inoltre distinti gli impianti in funzione della potenza elettrica richiesta differenziando una fascia base tra 5 e 10 MW, una intermedia tra 10 e 50 MW e una di grandi utilizzatori oltre 50 MW. Per questi ultimi è previsto un coinvolgimento diretto della Regione mediante procedure di copianificazione e qualificazione come interventi di interesse regionale. Per gli impianti maggiori, inoltre, vengono integrate le valutazioni urbanistiche, ambientali ed energetiche e la Regione diventa, di fatto, l’interlocutore principale.Da notare che uno del limiti chiaramente posti dalla nuova Legge lombarda è una forte limitazione al consumo di acqua potabile a fini di raffreddamento. Vengono introdotti infatti incentivi al ricorso ad acque reflue depurate, sistemi chiusi e recupero idrico e, in alcuni casi, questi metodi vengono direttamente resi obbligatori per poter ottenere l’autorizzazione. La Legge incentiva inoltre i sistemi di recupero del calore di scarto a fini civili ed industriali, come quello che Equinix e A2A hanno annunciato a inizio luglio 2026.Data center e PugliaA parte la Lombardia, la Regione che ha compiuto il lavoro normativo più avanzato sul tema è la Puglia con Linee Guida Regionali (DGR 1511/2025) che affrontano criteri localizzativi, sostenibilità aziendale, consumo di suolo, disponibilità energetica, risorse idriche e stabiliscono le opportune integrazioni con la pianificazione territoriale.Trentino, Piemonte, Veneto, Lazio, Emilia-RomagnaAltre Regioni, come Trentino e Piemonte, hanno presentato proposte relative ai criteri di sicurezza digitale e alla localizzazione dei data centre, comunque ancora ben lontane dalla regolazione organica effettuata dalla Lombardia.Veneto, Emilia-Romagna e Lazio stanno invece affrontando il tema in termini di attrazione degli investimenti e pianificazione urbanistica e ambientale, con specifiche delibere ma, anche qui, senza una Legge organica.In generale, osserva l’onorevole Giulia Pastorella, questa attività è comprensibile ma rischia di portare ad una frammentazione della normativa a livello locale e a conflitti con la futura legislazione nazionale. Anche questo rischio rende urgente che la legge quadro completi il suo iter e il governo emetta poi i decreti attuativi. Gli operatori del mercato che abbiamo sentito per questo articolo, invece, considerano la nuova legge lombarda come uno dei progressi più significativi. Probabilmente è perché, per loro, questa regione resta la sede di elezione per la crescita in Italia.Le linee guida del MASE contribuiscono a chiarire a livello nazionale proprio gli aspetti di sostenibilità, così importanti per operatori e cittadini, e per prevenire le difficoltà che oggi affrontano i FLAPD! Il loro obiettivo principale è incoraggiare uno sviluppo sostenibile di queste infrastrutture, con criteri di efficienza, uso di energie rinnovabili e priorità ai siti industriali dismessi per la realizzazione delle nuove.Quali autorizzazioni servono per i data center Il principale punto di attenzione, naturale oggetto degli interventi elencati sopra, rimane naturalmente la complessità e la conseguente lunghezza delle procedure di autorizzazione, che pure le linee guida hanno contribuito a rendere più uniformi e prevedibili, meno sensibili allo specifico territorio dove il data centre viene realizzato ed opera. Le procedure definiscono infatti criteri per decidere quando eseguire una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) o una Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Il parametro preso a riferimento dalle linee guida è ancora la potenza dei gruppi elettronici di emergenza, ricordata prima. Come si dirà, però, le linee guida, pur ancora formalmente vigenti, sono assorbite dalle novità introdotte dal Decreto Bollette in tema di autorizzazione unica.Il nuovo codice ATECO permette finalmente di riconoscere alle imprese del settore che stanno realizzando e gestendo un tipo di infrastruttura peculiare, che oggi il governo riconosce come strategica per la sicurezza, la sovranità e lo sviluppo del Paese. Va considerato provvisorio perché ignora le attività immobiliari per l’identificazione e l’acquisizione dei siti dove realizzare i data centre, compreso l’ottenimento dei permessi necessari, il tema più critico da noi, e la ricerca, negoziazione e acquisizione delle fonti energetiche, essenziale sia per la sostenibilità economica ed ambientale di chi poi i data centre li gestisce, sia per il rapporto con la comunità in cui si inseriscono. Per il 2027 si attende il codice definitivo che colmi questa lacuna.Il Decreto Bollette La novità più significativa, come si diceva, riguarda l’autorizzazione unica prevista dal Decreto Bollette.Essa è rilasciata dalla stessa Autorità competente al rilascio dell’Autorizzazione Ambientale Integrata prevista dall’art. 7 del Codice dell’Ambiente: l’Autorità in questione per gli impianti di maggiore potenza è direttamente il MASE, mentre sono le Regioni per gli impianti di dimensioni minori. Il problema è che non tutti i data centre sono sopra la soglia prevista dal Codice dell’Ambiente per la richiesta di Autorizzazione Ambientale Integrata e, dunque, per gli impianti di dimensioni minori, non è chiaramente stabilita l’Autorità competente al rilascio. Si potrebbe pensare che sia comunque la Regione in quanto competente sul tema ambientale per impianti minori, ma vi è chi sostiene che, in assenza di un’autorità competente chiaramente individuata, la procedura di autorizzazione unica non è applicabile. Per richiedere l’autorizzazione unica è necessario allegare all’istanza la documentazione relativa a tutti gli atti di assenso: AIA, VIA, autorizzazione paesaggistica o culturale, utilizzo delle aree, emissioni atmosferiche. Con la legge in conversione è stata inoltre aggiunta, tra i documenti da accludere all’istanza, anche la verifica di conformità urbanistica ai piani comunali. Il termine massimo per il procedimento è fissato in dieci mesi dalla verifica di completezza documentale, prorogabili di soli tre mesi per circostanze eccezionali, ed è importante anche notare come i termini per la VIA siano dimezzati.Se il progetto è dichiarato di interesse strategico nazionale ai sensi dell’art. 13 del D.L. n. 104/2023, la competenza si sposta però sul Commissario straordinario del Governo.L’introduzione di un procedimento unico, scandito da termini certi e concluso mediante conferenza di servizi rende quindi meno spinoso il quadro amministrativo, con tutto vantaggio per lo sviluppo dei progetti di investimento favorito dalla certezza delle tempistiche. Come si dirà, la proposta di Legge oggi all’attenzione del Senato potrebbe inoltre ulteriormente completare il quadro nel senso tracciato dal Decreto Bollette. Indirizzi operativiPeraltro registriamo con piacere la pubblicazione, già il 22 luglio 2026, dei primi indirizzi operativi del MASE sulla autorizzazione unica istituita dal Decreto Bollette. Il documento pubblicato dal MASE risponde a una serie di primi quesiti pervenuti al Ministero.Riassumiamo qui le principali indicazioni che fornisce:Conferma che il procedimento di autorizzazione unica ha una durata non prorogabile di 10 mesi e richiede il pagamento da parte del Richiedente di specifici oneri amministrativi; In attesa dell’istituzione di una apposita piattaforma si può già presentare l’istanza via PEC; Conferma che l’autorizzazione può essere ottenuta solo se il progetto è conforme agli strumenti urbanistici vigenti e l’autorizzazione ottenuta non può costituire variante dei medesimi; il progetto deve essere completo di tutti gli elaborati necessari per ottenere il titolo edilizio; Le opere di rete sono autorizzate nell’ambito del progetto ma è comunque possibile in attesa delle eventuali varianti imposte in sede di autorizzazione, presentare un progetto di connessione di rete temporanea in media tensione che sarà valido in sede di autorizzazione, sino a che non intervenga la prescrizione sul progetto di connessione definitiva che, a quel punto, se la autorizzazione fosse già rilasciata, si dovrà integrare come variante, sempre attivando il procedimento di autorizzazione unica. Normativa data center in Italia, la proposta di legge Grazie anche all’attenzione del governo Meloni per la sovranità nazionale e l’attrazione in Italia di investimenti del mercato internazionale, che ha portato la stessa presidente del Consiglio ad incontrare alcuni degli hyperscaler che stanno investendo in Italia, alla proposta iniziale di Azione con prima firmataria Giulia Pastorella se ne sono aggiunte altre quattro, da parte di Lega (primo firmatario Giulio Centemero), Fratelli d’Italia (Vincenzo Amich), Partito Democratico (Anna Ascani) e infine Movimento 5 Stelle (Antonino Iaria). Tutti concordano, dentro e fuori il parlamento: la prima legge nazionale che definisca i data centre come realtà specifica, e stabilisca norme uniformi in tutta Italia per la loro progettazione, realizzazione e gestione, tenendo conto dell’importanza strategica del settore, sarà essenziale per valorizzare e insieme disciplinare l’opportunità economica e tecnologica di questi anni, e sostenere la trasformazione digitale della nostra società. Per questo gli operatori economici, a partire da IDA – Italian Data Center Association, l’associazione degli attori del settore, hanno lavorato con il governo e la commissione per contribuire all’impostazione della legge.Tra gli aspetti più significativi, previsti in ciascuna proposta di legge e poi nel testo unico approvato alla Camera, si trovano: criteri per favorire e semplificare la gestione dell’energia e del calore, a partire dalla “trigenerazione” di energia elettrica, calore e raffrescamento e soprattutto della loro re-immissione nelle reti di distribuzione. I data centre, infatti, oltre a consumare energia e raffrescamento e a produrre calore, utile per la comunità nella quale si trovano, possono produrre energia verde, e hanno forte convenienza a farlo. Sia il calore, sia l’energia contribuiscono tanto meglio alla comunità di cui il data centre fa parte, quanto più sono integrati nella rete del territorio circostante.Data center e recupero aree dismesse Un altro tema chiave della proposta è quello del recupero di aree ed edifici dismessi. Molti operatori di data centre, a partire dalla pioniera Data4, lo praticano da tempo, con soluzioni concordate caso per caso con gli enti locali. Questi operatori vogliono integrarsi nelle proprie comunità locali e contribuire al loro sviluppo, bonificando e recuperando aree industriali abbandonate e le loro infrastrutture di supporto. Permettono così al territorio di superare rischi e costi che incombono a volte da decenni, e riducono fino ad annullarlo il consumo di suolo, contribuendo alla sostenibilità delle infrastrutture digitali realizzate.Il tema più importante di tutti è naturalmente l’iter autorizzativo per la loro costruzione e sviluppo, da uniformare e soprattutto da semplificare. “Quest’ultimo tema – ci confermava già nel 2025 l’onorevole Pastorella – rappresenta il principale nodo critico rilevato da tutte le forze politiche, poiché si constata che il settore, a causa della mancanza di normative specifiche, al momento è soggetto a iter autorizzativi lunghi e incerti, che rallentano e scoraggiano gli investimenti. Inoltre, l’accorpamento normativo dei data center con categorie produttive che non rispecchiano le loro specificità ha reso ancora più complessa e incerta per gli enti locali la procedura per accogliere sul territorio questi progetti”.Il testo della proposta di legge sui data center Il testo unificato definito il 19 marzo 2025 dalla IX Commissione Permanente (Trasporti, poste e telecomunicazioni) della Camera dei Deputati è stato approvato dalla Camera con il numero 1821 è passato a fine febbraio 2026 al Senato, dove è stato assegnato alla ottava Commissione in sede referente. All’esito dei lavori del Senato, se non vi saranno emendamenti e sarà approvato, esso costituirà una vera e propria legge quadro di delega al Governo, Rimane possibile che sia necessario un nuovo passaggio alla Camera in ragione di eventuali emendamenti al Senato, visto che la sua ottava Commissione ha recentemente disposto audizioni degli stakeholders sul tema e sembra dunque intenzionata ad approfondire l’esame del testo. Questa scelta potrebbe derivare proprio dalla maggior attenzione e preoccupazione che comunità locali e opinione pubblica hanno sviluppato nell’ultimo anno, e che un nuovo ciclo di audizioni potrebbe recepire, mettere in prospettiva e contribuire a mitigare. In ogni caso, sottolinea l’onorevole Pastorella, “la legge delega non ha bisogno di modifiche per rispondere alle preoccupazioni dell’opinione pubblica perché già prevede: incentivi per il recupero e l’uso di terreni già edificati e dismessi (“brownfield”), e disincentivi per il consumo di nuovo suolo, in particolare agricolo; norme per limitare il consumo di acqua e mantenere elevata la qualità dell’acqua restituita all’ambiente; meccanismi per potenziare la capacità di programmazione della rete elettrica, prevenendo le criticità riscontrate nei FLAPD, che potrebbero emergere per lo sviluppo rapido in zone specifiche dei data centre come nuova categoria di impianti consumatori; incentivi per l’uso di energia pulita, e criteri per distinguere tra generatori usati per alimentare continuativamente i data centre e quelli usati solo in caso di difficoltà della rete; criteri per aiutare i comuni a definire destinazioni d’uso coerenti per i data centre, e gli oneri di urbanizzazione da prevedere in ciascun caso: incentivi per lo sviluppo di competenze locali, sia per la gestione del data centre vero e proprio, sia per l’indotto, come ad esempio il recupero di energia per il teleriscaldamento”.Anche diversi operatori del mercato riconoscono, per la maggior parte, che le preoccupazioni dell’opinione pubblica e delle comunità locali vanno affrontate, e che per questo è necessario modificare uno stile comunicativo che dalla segretezza degli scorsi decenni è passato a un’apertura, positiva ma generica. Ora che, per motivi in alcuni casi discutibili e spesso sulla base di esperienze molto lontane nel tempo e nello spazio, l’opinione pubblica ha assunto presupposti di cautela e di vero e proprio scetticismo, occorre affrontarli con argomentazioni quantitative, che riconoscano e superino i dubbi uno per uno, facendo riferimento al contesto specifico del singolo sito. I tempiPer quanto riguarda le tempistiche dopo l’approvazione di entrambe le camere, “Un aspetto rilevante della mia proposta di legge -, segnalava Pastorella già nel 2025 – ripreso nel testo unico [ora all’esame del Senato], è l’introduzione di una tempistica massima per l’adozione dei decreti legislativi, per evitare ritardi e incertezze che spesso caratterizzano il processo normativo italiano.” All’esercizio della delega da parte del Governo seguiranno i decreti attuativi, essenziali perché gli operatori del settore e le pubbliche amministrazioni locali possano applicare in pratica quanto il governo avrà disposto. Qui possiamo solo appellarci all’attenzione che Presidenza del Consiglio e ministeri competenti continueranno a tributare a questo tema strategico. Associazioni e operatori del settore continueranno a stimolarli. Quasi tutti gli operatori del settore sentiti per preparare questa pagina concordano nel ritenere “mezzo pieno” il bicchiere della normativa ad oggi. I progressi dell’ultimo anno vanno nella direzione giusta, ritengono. In particolare, apprezzano la spinta unificatrice del Decreto Bollette e la stessa legge regionale lombarda. Concentrandosi ancora sulla Lombardia, gli operatori accettano volentieri il rischio di frammentazione segnalato dall’onorevole Pastorella per avere una legge che considerano buona in questa area per loro prioritaria.È auspicabile che l’attuazione governativa della Legge Delega (immaginando sia approvata nell’attuale versione) introduca criteri precisi per il computo della superficie lorda e dei volumi tecnici, ai fini dell’autorizzazione, il quale, attualmente sembra non tenere conto dell’occupazione di server rack, unità di raffreddamento e gruppi di continuità, privi di permanenza stabile. Sarebbe auspicabile che questi volumi siano esclusi dal computo della superficie lorda ma non si rinviene alcuna indicazione in questo senso nella bozza di Legge Delega. I decreti legislativi attuativi saranno poi chiamati a chiarire l’ambito soggettivo di applicabilità del procedimento unico e specificare l’autorità competente per le diverse soglie di potenza, introducendo termini perentori per la conclusione delle fasi intermedie del procedimento; sempre i decreti attuativi, per evitare problemi interpretativi, dovrebbero tassativamente i provvedimenti sostituiti dall’autorizzazione unica.La proposta di Regolamento UE La Commissione europea ha presentato nel 2026 la proposta di Cloud and AI Development Act (CADA), che mira proprio ad accelerare la realizzazione dei data centre. Evidentemente se sopravvenisse il Regolamento UE – i cui tempi sono ancora comunque lunghi e stimati in circa 2 anni – esso si sostituirebbe alle normative nazionali nel frattempo eventualmente approvate nella misura in cui siano incompatibili con esso, rendendo – per così dire – vano lo sforzo sostenuto dai vari Stati membri per dotarsi di proprie norme.Tale proposta riconosce espressamente come rilevanti la scarsità di energia, suolo e capacità autorizzativa ma, al contempo, prevede l’istituzione di “data centre acceleration zones”.L’attuale testo mira ad imporre che l’allocazione delle risorse in tali zone avvenga su basi eque, ragionevoli e non discriminatorie (“fair, reasonable and non-discriminatory terms”), aprendo la porta a valutazioni di priorità in base al tipo di progetto che però sembrano neutrali rispetto al tema della nazionalità del soggetto proponente.È comunque ancora presto per valutare il quadro che potrebbe essere posto dal CADA, poiché l’iter è appena iniziato, con l’approvazione della proposta da parte del Parlamento ed il testo deve quindi ancora affrontare il c.d. “trilogo” in cui è certo che verrà modificato, forse anche in profondità.Il futuro della normativa sui data center Nei FLAPD dove sono ormai consolidati i principali poli europei di infrastrutture digitali, il principale fattore di saturazione e rallentamento dello sviluppo di infrastrutture digitali è la disponibilità di energia elettrica. In Irlanda, ad esempio, i data centre assorbono ormai oltre il 23% del totale dell’energia consumata nel paese, e potrebbero arrivare a quasi un terzo del totale nel 2030.. Il parlamento è ben consapevole di questa eventualità che però, come ha indicato Giulia Pastorella, è oggi piuttosto remota in Italia: “Il tema dell’accesso alla rete elettrica e della disponibilità di linee ad alta tensione è, invece, centrale nel dibattito italiano” e la proposta di legge delega lo affronta. “La necessità di potenziare la rete elettrica per supportare lo sviluppo futuro è un punto essenziale su cui vogliamo impegnare il Governo”.In prospettiva, propone Pastorella, per gestire le esigenze di energia in Italia “sarà cruciale promuovere l’uso di fonti energetiche pulite, con particolare attenzione alle rinnovabili e soprattutto al nucleare, ora che il governo ha finalmente aperto a questa tecnologia. L’utilizzo in futuro dei cosiddetti mini-reattori, o SMR, potrebbe essere una svolta davvero importante, non solo per il settore dei data center. Quello dell’energia è già un tema caldo per il tessuto produttivo italiano ed europeo, e sarà un tema chiave da affrontare nei prossimi anni anche per il settore dei data center, per garantirne uno sviluppo sostenibile e competitivo”.La necessità di semplificare le procedure di autorizzazione Un secondo fattore da valutare nei mesi e anni successivi alla promulgazione dei futuri decreti legislativi delegati e dei loro decreti attuativi sarà quanto effettivamente si semplificheranno le procedure di autorizzazione per nuove o rinnovate infrastrutture digitali, e in ultima analisi quanto si ridurranno i tempi di approvazione delle richieste. Nell’ordinamento italiano, caratterizzato storicamente da una forte suddivisione delle competenze amministrative su diverse dimensioni, da quella territoriale a quella dei diversi enti competenti su aspetti specifici anche nella stessa località, l’effetto concreto di una legge nazionale, pur sostenuta da convergenze molto estese, potrebbe risultare limitato. È questa oggi la preoccupazione principale anche di tutti gli operatori sentiti per questo articolo: verificare nel concreto che i tempi di approvazione di una richiesta si accorciano, e diventano più prevedibili.C’è poi un’altra coppia di fattori chiave, strettamente legati, da considerare: come la legge delega e i decreti legislativi delegati sosterranno iniziative di scala diversa, e con caratteristiche di sovranità diverse? I due fattori sono strettamente connessi perché i grandi investimenti degli operatori globali si concentrano naturalmente su infrastrutture di grande scala (decine o addirittura centinaia di megawatt per campus, un insieme di moduli indipendenti ma molto simili, progettati per essere costruiti su un unico appezzamento di terreno, magari uno dopo l’altro, e oggetto di un unico procedimento autorizzativo), e sostengono la sovranità europea in misura variabile ma limitata. Gli operatori locali e nazionali italiani, e i loro corrispondenti europei, che almeno dalla nascita del cloud stanno perdendo quote del proprio mercato a vantaggio dei grandi globali, e che la Commissione Europea e imprese private cercano di sostenere a difesa della sovranità ed autonomia strategica dell’Unione e dei suoi membri, gestiscono infrastrutture di almeno un ordine di grandezza più piccole, e però pienamente sottoposte alla sovranità europea.Il ruolo degli hyperscaler Come aveva indicato già prima dell’approvazione alla Camera Vito Baglio, responsabile Datacenter&cloud in CSI Piemonte, che ha contribuito con Assinter alle audizioni della IX commissione, “i principali clienti dei grandi data center da decine di MW” e quindi, si può aggiungere, i promotori dei più grandi investimenti, “sono proprio gli hyperscaler. Una normativa che privilegi interventi simili, per quanto utile, può lasciare in disparte o addirittura disincentivare la difesa e lo sviluppo di competenze, proprietà intellettuale ed infrastrutture oggi già presenti sul territorio italiano, in imprese a piena sovranità nazionale e quindi europea, che si concentrano per lo più in poli più piccoli e meglio distribuiti sul territorio, tra i quali proprio quelli delle in-house delle pubbliche amministrazioni italiane”.“In Italia più che in altri paesi dell’Unione Europea”, ricordava Baglio, “si è sviluppato un patrimonio di competenze e soluzioni digitali per le pubbliche amministrazioni e le imprese, distribuito in qualche decina di sedi, che può essere un complemento prezioso a quanto costruito a livello centrale nell’ultimo decennio di consolidamento e accentramento dei servizi digitali pubblici”, come in particolare Polo Strategico Nazionale.In effetti i grandi hyperscaler hanno partecipato in prima persona allo sviluppo del quadro normativo per i data centre, e si confrontano direttamente con i massimi livelli del governo per qualificare in Italia investimenti dell’ordine del miliardo di euro. Alcuni, come AWS, valutano molto positivamente gli sviluppi recenti e il supporto dell’UMASI citata sopra. Comprensibile l’attenzione di quelli relativamente piccoli, pur in associazioni come IDA, a far sì che legislatore e regolatori sostengano due scale diverse di iniziative e infrastrutture, entrambe preziose.Le prospettive degli operatori del mercato La valutazione di AWS Questo grandissimo operatore globale accoglie con soddisfazione l’introduzione di un quadro normativo più definito per il settore dei data centre in Italia, in particolare il DL Bollette e la Legge Regionale [lombarda] 11/2026, che va nella direzione auspicata di facilitare gli investimenti garantendo al contempo uno sviluppo sostenibile delle infrastrutture digitali. Ora AWS auspica di entrare nella fase di implementazione, definendo con chiarezza l’iter che gli operatori dovranno seguire: tempi, interlocutori, documentazione. L’obiettivo è tradurre i principi della legge in procedure operative certe e prevedibili per chi investe nel Paese.I progetti di Deerns Deerns è una grande società di ingegneria europea, specializzata nella progettazione di edifici innovativi e nella gestione dei relativi progetti di realizzazione, a cominciare proprio dalla “permessistica”. Secondo Mauro Rigo, Business Developer, la gestione della permessistica per i data center sta vivendo una fase di profonda evoluzione. Il principale elemento di novità è il riconoscimento sempre più esplicito del data centre come infrastruttura strategica per lo sviluppo economico, la transizione digitale e la sicurezza nazionale. Questo ha portato all’introduzione di strumenti normativi specifici che vanno nella direzione di una maggiore semplificazione autorizzativa. In particolare, il passaggio più significativo è rappresentato dall’introduzione del procedimento autorizzativo unico secondo Art. 8, comma 1, del decreto-legge n. 21/2026 (c.d. “Decreto bollette”), che sostituisce la precedente frammentazione tra molteplici enti e autorizzazioni separate. Fino a poco tempo fa, gli sviluppatori dovevano affrontare percorsi complessi che combinavano urbanistica, edilizia, VIA, AIA, autorizzazioni energetiche, paesaggistiche e ambientali, con tempi complessivi che potevano arrivare a 2-5 anni. Oggi il legislatore sta cercando di concentrare questi iter in un’unica procedura con tempi teoricamente più certi e con una sola istanza autorizzativa. Per operatori come Deerns, che abbracciano la focalizzazione geografica del mercato sulla Lombardia, è soprattutto positivo anche il contributo della recente Legge Regionale lombarda 11/2026, un primo tentativo di dare un inquadramento più preciso a queste infrastrutture, superando almeno in parte le incertezze urbanistiche che per anni hanno caratterizzato il settore. Esiste ancora criticità importanti, ricorda Rigo, innanzitutto proprio la mancanza di una disciplina organica nazionale. Oggi permane una forte frammentazione tra norme regionali, provinciali e comunali e non sempre è chiaro come inquadrare il data center sotto il profilo urbanistico, edilizio e catastale. Questo genera ancora interpretazioni differenti tra territori diversi. Secondo Deerns i prossimi miglioramenti dovrebbero concentrarsi su tre aspetti:una definizione nazionale univoca della destinazione urbanistica dei data center. chiarimenti definitivi sui rapporti tra autorizzazione unica, titoli edilizi e norme urbanistiche locali. una maggiore integrazione tra permitting territoriale, autorizzazioni ambientali e disponibilità energetica, perché oggi il vero collo di bottiglia per molti progetti non è solo il permesso edilizio ma soprattutto l’accesso alla rete elettrica e i tempi di connessione. Guardando al futuro, Rigo ritiene che il permitting debba evolvere da una logica di semplice autorizzazione del singolo edificio a una logica di valutazione dell’intero ecosistema. Oggi un data centre viene sempre più considerato come un’infrastruttura energetica e territoriale, che deve dimostrare benefici concreti in termini di recupero del calore, gestione sostenibile della risorsa idrica, integrazione con le reti energetiche locali e compensazioni territoriali misurabili. Quando questi elementi vengono affrontati fin dalle prime fasi progettuali, il processo autorizzativo diventa più fluido e aumenta anche l’accettabilità da parte delle comunità locali. La sfida dei prossimi anni, conclude, sarà trasformare queste innovazioni normative in una reale accelerazione dei progetti, garantendo al tempo stesso sostenibilità, disponibilità energetica e certezza degli investimenti.Il nodo dell’elettricitàProprio la gestione delle richieste di allacciamento elettrico in Alta e Altissima Tensione sta diventando uno dei temi centrali per lo sviluppo dei data center in Italia. Per Deerns, oggi non è più sufficiente individuare un’area urbanisticamente idonea: il valore reale di un sito dipende dalla disponibilità di potenza, dalla prossimità alla rete, dai tempi credibili di connessione e dalla possibilità di trasformare quel terreno in un vero powered land. In questo senso, l’energia è diventata uno dei principali criteri di selezione del sito e, in molti casi, il vero collo di bottiglia del progetto, quanto e più dei permessi.La pressione sul sistema è aumentata molto rapidamente, come conferma anche il quadro presentato da: l’Italia ha raggiunto nel 2026 una potenza nominale complessiva dei data center pari a 720 MW IT, con la Lombardia a 514 MW IT e Milano a 440 MW IT, registrando una crescita significativa rispetto al 2024. Questo dimostra quanto la domanda energetica del settore sia diventata rilevante e quanto sia necessario governarla in modo coordinato, tuttavia, credo che ci sia ancora spazio per ulteriori miglioramenti. Un primo elemento utile sarebbe una maggiore integrazione tra il processo autorizzativo e il processo di connessione elettrica, oggi spesso paralleli, con il rischio che un progetto sia avanzato sotto un profilo e arretrato sotto l’altro. Un secondo aspetto riguarda la trasparenza sulla capacità effettivamente disponibile nelle diverse aree del Paese. Una maggiore visibilità sulle aree con potenziale disponibilità di rete consentirebbe agli operatori di orientare meglio la site selection e ridurre il numero di richieste esplorative che oggi contribuiscono ad affollare il sistema. Infine, sarà fondamentale continuare a investire nelle infrastrutture elettriche: nuove stazioni, nuove dorsali di trasmissione e maggiore capacità di rete. Riassumendo, conclude Rigo, il tema non è più soltanto autorizzare nuovi data center, ma garantire che l’energia sia disponibile nei tempi richiesti dal mercato. La selezione delle richieste sulla base della maturità dei progetti, una migliore pianificazione energetica e una maggiore integrazione tra rete, permitting e sviluppo territoriale saranno gli elementi chiave per superare l’attuale congestione delle richieste di allacciamento. Con Deerns abbiamo ragionato anche di come evolvere la comunicazione verso l’opinione pubblica per affrontarne le preoccupazioni crescenti. Secondo Rigo, per molti anni il settore ha comunicato soprattutto con investitori, operatori tecnologici e specialisti. Oggi, la comunicazione deve rivolgersi anche ai cittadini, alle amministrazioni locali e agli stakeholder territoriali, spiegando in modo trasparente che cosa sia realmente un data center e quale ruolo svolga nell’economia digitale. Esistono ancora falsi miti che associano queste infrastrutture esclusivamente a elevati consumi, occupazione di suolo o impatti ambientali, senza considerare i benefici che generano in termini di servizi digitali, investimenti e resilienza delle infrastrutture.Tre percorsi di comunicazioneRigo raccomanda tre importanti evoluzioni comunicative: Un primo cambiamento riguarda proprio il messaggio: presentare il data centre come una infrastruttura strategica che supporta cloud, servizi bancari, sanità digitale, comunicazioni, intelligenza artificiale e pubblica amministrazione – il substrato fisico dell’economia digitale, più che un semplice edificio tecnologico. In Deerns, in particolare, stanno promuovendo un approccio che mette al centro il concetto di valore territoriale misurabile. Dichiarare che un progetto è sostenibile non basta più; occorre dimostrare concretamente quali benefici produce per il territorio specifico, attraverso indicatori verificabili. Ad esempio, quanta energia termica può essere recuperata, quanti edifici pubblici possono beneficiare del teleriscaldamento, quale riduzione delle emissioni può essere ottenuta o quali interventi di rigenerazione urbana vengono attivati dal progetto. la trasparenza: le nuove normative europee stanno spingendo il settore a fornire indicatori sempre più chiari su efficienza energetica, utilizzo dell’acqua, recupero del calore e sostenibilità operativa. Questo permette di sostituire le percezioni con dati oggettivi e confrontabili; è su questi che si deve imperniare oggi la comunicazione. Infine, la comunicazione deve essere molto più locale: Ogni progetto deve raccontare la propria relazione con il territorio specifico in cui si inserisce. Un data center a Milano, a Roma o in un’area industriale dismessa avrà sfide e opportunità differenti. Le comunità vogliono comprendere non solo l’impatto globale dell’infrastruttura, ma soprattutto cosa cambierà concretamente nel proprio contesto urbano. In sintesi, per Rigo la comunicazione del settore sta passando da un racconto centrato esclusivamente sulla tecnologia a un racconto centrato sul territorio. Il successo dei futuri sviluppi anche dalla capacità di dimostrare in modo trasparente che queste infrastrutture generano valore condiviso per le comunità che le ospitano.L’esperienza di Digital Realty, colocator internazionale che entra ora in Italia In una fase di evoluzione della normativa, profonda eppure ancora ai primi passi, l’esperienza di Digital Realty, è preziosa per valutare se e quanto sia più facile oggi lanciare progetti di infrastrutture digitali in Italia rispetto a qualche anno fa, e cosa ancora resti da fare.Digital Realty, infatti, è un colocator con più di 300 strutture di data centre e interconnessione in 50 aree metropolitane di 25 paesi, che sta entrando in Italia proprio oggi, mentre la normativa si evolve:A Roma sta realizzando un campus che partirà nei primi mesi del 2027 con oltre 3 MW di potenza nella prima fase, all’interno di un disegno complessivo che prevede uno sviluppo progressivo fino a 35 MW. Ad Abbiategrasso (Milano) ha appena avviato l’iter autorizzativo, presentando il master plan, per un campus con una potenza di connessione complessiva a regime fino a 84 MegaWatt. Il piano prevede che la prima fase da 8 MW sia operativa nel 2028, e uno sviluppo modulare e scalabile fino al 2030. Secondo Alessandro Talotta, Managing Directorper l’Italia: “Rispetto al passato, riscontriamo un dialogo più aperto e una maggiore comprensione dell’impatto economico e sociale delle nostre infrastrutture. Tuttavia, permangono colli di bottiglia burocratici che rischiano di rallentare la competitività del Paese rispetto ad altri mercati europei. Con l’eccezione di aree in cui esistono già degli insediamenti industriali dove l’iter si inquadra su processi più vicini ai data center. Per questo, come Digital Realty, abbiamo scelto deliberatamente di puntare su importanti interventi di riqualificazione urbana e industriale, un approccio che facilita il confronto con gli enti locali”. Ad esempio: A Roma si sta riqualificando un ex centro gestionale ACEA, restituendo valore all’area senza intaccare suolo naturale. Inoltre, l’intervento include opere a beneficio della comunità, come il rifacimento della viabilità di Via Delle Testuggini e la creazione di un parcheggio privato ad uso pubblico e un parco. Ad Abbiategrasso il piano industriale insisterà sull’area dismessa ‘ex Ropal’. L’approccio rigenerativo proposto dal master plan è stato accolto con interesse. Per quanto riguarda quel che ancora manca, Talotta cita proprio le direttrici che l’attività normativa sta perseguendo. Chi scrive ritiene importante segnalare che, per quanto implicitamente, descrive gli obiettivi del regolatore come ancora da raggiungere: “È fondamentale giungere a una semplificazione e omogeneizzazione delle procedure autorizzative a livello nazionale. I data center non dovrebbero essere trattati come insediamenti industriali generici, ma come infrastrutture strategiche nazionali di interesse pubblico. Corsie preferenziali per la riqualificazione di aree dismesse (brownfield) e iter semplificati per le valutazioni di impatto ambientale accelererebbero notevolmente gli investimenti, garantendo all’Italia di intercettare tempestivamente la domanda globale”.Altrettanto importante, secondo Talotta, è la gestione corretta delle richieste di allacciamento elettrico in alta e altissima tensione, che in Italia è ancora da affrontare: “[Questa] è indubbiamente una delle sfide più calde del settore. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un vero e proprio “affollamento” di richieste di connessione, talvolta guidate da soggetti speculativi privi di reali progetti industriali o delle necessarie garanzie finanziarie. Come player globale con oltre 300 data center nel mondo, crediamo che il gestore elettrico debba verificare la concretezza industriale e la solidità finanziaria. Infatti, i regolatori e i gestori di rete stanno progressivamente introducendo filtri più rigidi (come garanzie fideiussorie più stringenti e scadenze vincolanti per l’avanzamento dei progetti) per scoraggiare le richieste puramente ‘strumentali’. È un passo necessario per liberare capacità di rete a favore di chi è realmente pronto ad investire. “I nostri progetti”, sottolinea, “dimostrano che quando c’è un piano industriale solido e sostenibile, la pianificazione energetica procede di pari passo con lo sviluppo tecnologico”.L’opinione pubblicaAltrettanto deciso e articolato l’atteggiamento di Talotta rispetto alle perplessità dell’opinione pubblica, rafforzate rispetto all’avvio del processo normativo dei data centre nel 2023: “Le preoccupazioni della pubblica opinione e delle comunità locali sul consumo di risorse (suolo, acqua, energia) sono legittime ed esigono risposte trasparenti, basate su dati scientifici e impegni concreti. Come settore, dobbiamo superare l’era della comunicazione puramente tecnica e spiegare l’utilità sociale dell’infrastruttura: i data center sono gli “ospedali”, le “scuole” e le “autostrade” della nostra vita quotidiana digitale.” Secondo Talotta, la risposta di Digital Realty si basa su tre pilastri tecnologici e ambientali imprescindibili:Zero consumo di acqua per il raffreddamento: Una delle preoccupazioni principali riguarda lo stress idrico. I data center di Digital Realty di nuova generazione in Italia non consumano acqua, poiché il raffreddamento dei server avviene attraverso un flusso che circola in circuiti completamente chiusi e sigillati. Energia 100% rinnovabile certificata: Sia per il campus di Roma, sia per quello di Abbiategrasso, l’energia che alimenta i server 24 ore su 24 arriverà interamente da fonti rinnovabili (come eolico e fotovoltaico). Ai fornitori Digital Realty chiede una certificazione d’origine dell’energia acquistata. Integrazione con il teleriscaldamento: Ad Abbiategrasso hanno intenzione di convogliare il calore prodotto dalle macchine per usarlo a beneficio del teleriscaldamento di case ed edifici pubblici sul territorio. Per chi scrive, questi sono alcuni degli elementi chiave da inserire nella valutazione di ogni iniziativa di sviluppo delle infrastrutture digitali, sia da parte dei regolatori, sia da parte delle comunità locali e della pubblica opinione. Occorre infatti approfondire caso per caso le soluzioni adottate e il loro impatto quantitativo sulle risorse concretamente disponibili in ciascuna località, e su quelle che si può prevedere saranno disponibili in futuro.L’analisi di EquinixQuesto storico colocator neutro rispetto agli operatori di telecomunicazioni, con 281 data centre in 36 paesi, attivo nel mondo dalla fine degli anni Novanta e presente da 12 anni in Italia, ha qui pratiche di autorizzazione per nuovi siti in corso anche oggi e si trova quindi in una posizione ideale per valutare i progressi nella normativa compiuti in questi anni, e quelli ancora da compiere.Emanuela Grandi, Managing Director per l’Italia, si dichiara innanzitutto soddisfatta per i progressi nelle normative di autorizzazione compiuti negli ultimi anni, sia a livello nazionale, sia a quello regionale. (Si percepisce chiaramente, come per altri operatori storici e consolidati del mercato italiano, che “la” regione è la Lombardia, dove ancora oggi si concentra sia la presenza sia la domanda per nuovi data centre. In ogni paese, spiega Grandi, c’è un polo principale dove si concentra per anni la grande maggioranza dello sviluppo di nuove infrastrutture digitali prima di allargarsi ad altre zone. In Italia, questa è l’area di Milano, che ancora per qualche anno rimarrà il centro dell’interesse degli operatori). L’evoluzione, sottolinea, combina due componenti entrambe vitali: da una parte accelerare e semplificare le procedure, e dall’altra però “far fare la cosa giusta”, cioè imporre a tutti gli operatori quei criteri di sostenibilità e rispetto del territorio e delle comunità che quelli seri e attenti hanno comunque abbracciato ormai stabilmente. Del resto, ricorda Grandi, sono proprio questi i 4 pilastri della nuova legge lombarda: uso di terreni già edificati dismessi, bonificandoli, uso di energia rinnovabile, uso dell’acqua strettamente controllato e recupero del calore generato. Equinix, ad esempio, usa da tempo solo energia rinnovabile in tutti i suoi impianti italiani, e mantiene l’obiettivo di arrivare al 100% di energia rinnovabile in tutto il mondo entro il 2030. Il loro progetto di teleriscaldamento in Lombardia con A2A, già citato in questa pagina, è tra i più grandi in tutta l’Europa, al di fuori dei paesi nordici. Anche sul tema chiave degli allacciamenti elettrici in alta e altissima tensione, Grandi propone una prospettiva peculiare, basata sull’esperienza propria e quella accumulata da Equinix in tanti anni di presenza in Italia. L’accumulo di tante richieste, per una potenza totale molte decine di volte superiore a quella oggi installata, è costituito in gran parte da richieste “fantasma”, o “speculative”, cioè ad alto rischio di non concretizzarsi se e quando venissero soddisfatte. Secondo Grandi, gli effetti negativi di questa saturazione sono due:Innanzitutto, naturalmente, fa allungare i tempi di valutazione e soddisfazione delle richieste serie e credibili, quelle di operatori con le competenze e le capacità, anche finanziarie, per realizzare effettivamente i propri progetti e trarre davvero beneficio dalla potenza resa disponibile. In più, e con effetti distorsivi ancora più grandi per il sistema paese, le richieste poco realistiche distorcono gli spazi nei quali il gestore della rete progetterà e svilupperà le nuove centrali e i collegamenti tra di loro, andando a collocarle vicino a una domanda che non si concretizzerà mai, e quindi allontanandosi da dove veramente i data centre si svilupperanno. Il confrontoSu questi temi gli operatori del settore hanno avviato il confronto con Terna e ARERA dal Data Center Symposium IDA di ottobre 2025. Grandi sottolinea che è complesso definire criteri quanto più oggettivi e quantitativi possibile per valutare la serietà di una richiesta di allacciamento in alta tensione, come è tenuto a fare in particolare un gestore pubblico come Terna in Italia, e insieme efficaci nel filtrare le richieste meno credibili. Si potrebbero valutare, ad esempio:sia requisiti finanziari (ad esempio, anticipare impegni economici che nella procedura attuale il richiedente sostiene solo al momento dell’effettiva concessione, cioè quando l’erogatore ha ormai sostenuto i propri) sia requisiti progettuali: presenza e qualità di un master plan progettuale, credenziali pregresse e simili badando naturalmente anche a evitare barriere improprie all’ingresso nel settore di operatori nuovi a sfidare quelli consolidati come proprio la stessa Equinix. Un altro elemento di attenzione sarà, anticipa Grandi, come applicare nella maniera più corretta possibile criteri e strumenti simili anche alle richieste già presentate, pienamente legittime secondo le norme attuali, che però hanno permesso la congestione già oggi esistente.Per quanto riguarda le preoccupazioni dell’opinione pubblica e delle comunità locali, Grandi raccomanda di impostare la comunicazione a partire da un’idea solo apparentemente provocatoria: “il data centre non consuma nulla, anzi!”. In effetti, andando oltre l’affermazione ad effetto: chi genera i consumi siamo noi utenti e le applicazioni che usiamo; i data centre moderni e ben gestiti rappresentano lo strumento più efficiente possibile per soddisfare quelle esigenze consumando il meno possibile. Se mai scegliessimo di spegnerli e però di continuare a vedere spettacoli in streaming e ricevere indicazioni stradali (o, per le aziende, gestire ordini e fatture, vendite e produzione) senza di loro, consumeremmo e pagheremmo molto di più.Per questo, prosegue Grandi, Equinix e tutti gli operatori maturi del settore lavorano, anche con IDA, per aprire le porte dei propri data centre a cittadini, scuole e università, comunità locali oltre che ai propri clienti, e imperniare la propria comunicazione su un’informazione seria, quantitativa, oggettiva e verificabile che affronti esplicitamente quelli che Grandi chiama “falsi miti”: affermazioni magari vere ma in contesti molto specifici e tipicamente sorpassati dalle scelte tecnologiche degli anni più recenti, quindi del tutto fuorvianti quando vengono proposte oggi con valenza generale e per soluzioni moderne.IDA – Italian Data Center Association Come hanno segnalato diversi attori, anche tra quelli citati in questa pagina, questa associazione degli operatori dell’ecosistema dei data centre ha avuto un ruolo chiave nel coordinare il contributo del settore alla consapevolezza del legislatore e delle amministrazioni locali sul business dei data centre e le loro caratteristiche vere e presunte.Secondo IDA, negli ultimi dodici mesi il quadro normativo è migliorato. Per la prima volta il legislatore ha riconosciuto la specificità dei data centre come infrastrutture strategiche:introducendo il Procedimento Unico attraverso il Decreto Bollette. Parallelamente è in corso il percorso verso una legge delega di settore e a livello regionale, la Lombardia ha adottato una disciplina organica con una Cabina di Regia e uno Sportello dedicato. Per IDA, sono segnali importanti perché vanno nella direzione di procedure più coordinate e tempi più prevedibili. Naturalmente non siamo ancora al punto di arrivo. Il tema, sottolineano, non è semplificare riducendo le tutele ambientali o urbanistiche, ma evitare che uno stesso progetto debba affrontare iter frammentati e tempi non coordinati tra amministrazioni diverse. I prossimi passi, afferma IDA, dovrebbero andare nella direzione di una maggiore uniformità nazionale, di una migliore individuazione preventiva delle aree idonee e di un coordinamento sempre più stretto tra amministrazioni, gestori delle reti e operatori. Per quanto riguarda la gestione delle richieste di allacciamento in alta e altissima tensione, IDA ritiene che la crescita delle richieste non vada assolutamente confusa con il numero dei data centre che saranno effettivamente realizzati. Come è già avvenuto nel settore delle rinnovabili, tra richiesta di connessione e realizzazione dell’impianto esiste un percorso lungo, durante il quale molti progetti vengono modificati, rinviati o abbandonati. Lo stesso tema delle cosiddette “connessioni fantasma” nasce proprio da questa dinamica. Per questo motivo IDA sta lavorando insieme a Terna e ARERA per individuare strumenti che consentano di distinguere con maggiore efficacia i progetti realmente maturi da quelli ancora esplorativi, per rendere il processo più trasparente ed efficiente.Per quanto riguarda le preoccupazioni crescenti dell’opinione pubblica IDA, che per anni aveva lavorato soprattutto per sviluppare un primo livello di consapevolezza sulla natura e l’importanza di queste infrastrutture, oggi esorta a un’impostazione nuova. Per molto tempo, affermano, il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sui consumi di energia, acqua o suolo, spesso utilizzando dati provenienti da contesti molto diversi da quello europeo. Oggi occorre, per IDA, spostare la conversazione su una base più completa e documentata: parlare di efficienza, di recupero del calore, di riqualificazione delle aree industriali, di integrazione con il sistema elettrico e soprattutto dei servizi essenziali che queste infrastrutture rendono possibili per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. La direzione è per loro quella di una comunicazione sempre più basata su dati verificabili e indicatori oggettivi. In definitiva, per IDA la sfida non è convincere le comunità che i data center non abbiano impatti, perché ogni infrastruttura ne ha. La sfida è dimostrare con evidenze concrete che tali impatti possono essere gestiti, mitigati e compensati, e che i benefici economici, sociali e tecnologici per il territorio sono reali e misurabili. Articolo inizialmente pubblicato il 13 maggio 2025, aggiornato il 4 agosto 2026.