L’Europa ha un difetto strutturale nel modo in cui guarda all’Africa: se ne accorge solo quando l’Africa arriva a lei. Finché una crisi resta confinata al proprio continente d’origine – per quanto sanguinosa, per quanto imponente nei numeri – la consideriamo un fatto remoto, degno al massimo di un titolo di agenzia. Ce ne occupiamo davvero soltanto quando i suoi effetti varcano il Mediterraneo sotto forma di gommoni, di rotte migratorie, di pressione sui confini esterni dell’Unione. E a quel punto, sistematicamente, è tardi: possiamo intervenire solo sulle conseguenze, mai sulle cause, perché quelle cause le abbiamo ignorate per anni, a volte per decenni, mentre maturavano lontano dai nostri radar politici e mediatici.

Il Sudan è oggi l’esempio più drammatico di questo cortocircuito. È un Paese che si affaccia sul Mar Rosso, a un passo dal Mediterraneo, in una posizione che ne fa uno snodo obbligato delle rotte migratorie verso l’Europa – la stessa funzione geografica che la Libia ha svolto per un decennio. Con oltre 12 milioni di sfollati, la più grande crisi di sfollamento interno ed esterno al mondo, il Sudan sta già producendo pressione migratoria verso il Ciad, l’Egitto, la Libia: cioè verso le porte di casa nostra. Eppure, finché quella pressione non si traduce in immagini di sbarchi sulle nostre coste, l’Europa continua a trattare il Sudan come una questione umanitaria lontana, non come un dossier di sicurezza strategica che la riguarda direttamente, oggi, non tra cinque anni.