"Il 2 agosto 1980 è anche la storia dei soccorritori, del moto di spontanea solidarietà dei cittadini, che divennero gli angeli di quell’inferno". Le parole di Micol Tuzi, cittadina bolognese prima ancora di essere dipendente comunale, arrivano dritte al cuore di chi le legge, commemorando il 46esimo anniversario dell’attentato di matrice neofascista che colpì la stazione, provocando 85 morti e più di 200 feriti.

Uno scenario di distruzione, morte e dolore, al quale Bologna rispose con un "amore incondizionato", rialzandosi con l’operato di volontari, cittadini e soccorritori che scavarono a mani nude per estrarre i corpi delle vittime e salvare disperatamente i feriti. E in quella squadra di "angeli", c’è anche Claudio Tuzi, papà di Micol e tecnico di laboratorio al Sant’Orsola, che per un giorno e una notte rimase al fianco di un bimbo tedesco, intrappolato sotto una trave.

A tenere viva la memoria di quel gesto ("Lui era così, ha sempre aiutato tutti. Sempre si è prodigato per gli altri", dicono la moglie Maria Giulia Bertusi e la figlia) è Micol, che all’epoca dell’esplosione aveva solo tre anni. "Tre, come Angela Fresu, la più piccola delle vittime – inizia la presidente del Circolo dei dipendenti comunali –. Ma mio padre (35enne all’epoca, ndr) mi raccontò di quel giorno solo da grande, aveva tra i 18 e i 20 anni. Quel giorno papà mi doveva portare in piscina, a Granarolo", ma non tornò a casa. Questo perché "tutti i paramedici e i medici si fiondarono in stazione".