Quasi uno studente universitario italiano su sei frequenta oggi un ateneo telematico. Dieci anni fa era poco più di uno su trenta. In un Paese che nel 2025 era penultimo nell’Unione europea per quota di 25-34enni con un titolo di istruzione terziaria, con il 31,1 per cento davanti soltanto alla Romania, questa crescita è un cambiamento epocale: la formazione digitale non è più un percorso alternativo. Gli iscritti sono aumentati di quasi sei volte e i laureati sono quasi decuplicati, fino a rappresentare il 18 per cento del totale. Gli atenei online sono ormai una componente stabile del sistema e uno dei principali strumenti con cui l’Italia sta ampliando l’accesso alla laurea.
La trasformazione riguarda anzitutto la domanda. Le università tradizionali continuano a servire soprattutto chi può organizzare la propria vita intorno allo studio. Quelle telematiche ribaltano la prospettiva: è lo studio che viene organizzato intorno alla vita dello studente. Per un lavoratore, per un genitore o per chi vive lontano da una sede universitaria, la questione non è sempre scegliere tra frequenza in presenza e didattica digitale. Molto spesso è poter iniziare un percorso oppure rinunciarvi.
Il profilo degli studenti conferma questa funzione cruciale degli atenei online: secondo il Rapporto ANVUR 2026, quasi due iscritti su tre hanno più di 25 anni. L’età media si sta abbassando, segno che l’online attrae anche una quota crescente di giovani, ma il pubblico principale resta composto da adulti che chiedono maggiore flessibilità. Quasi la metà degli studenti risiede nel Mezzogiorno o nelle Isole. Non è un fenomeno solo meridionale, anzi: la crescita più rapida degli ultimi anni si è registrata nelle regioni settentrionali, trasformando un fenomeno inizialmente concentrato nel Sud in un mercato nazionale.







