Milano, 4 agosto 2026 – L’ululato del lupo, i sacchi neri della spazzatura, il filo spinato, i cani della polizia bulgara. Quando Batour parla di queste cose gesticola in modo ancor più ampio, come se volesse nascondere la voce che gli trema. E quando racconta, queste cose sembrano presenti, come se si materializzassero nella stanza. E si capisce che quel trauma lo sta rivivendo. Ora. Ne sente l’odore.
Si rivede ragazzino, a 17 anni, quando ha attraversato i confini a piedi, anche senza scarpe, lungo la rotta dei Balcani. L’ululato del lupo lo sentiva nelle foreste, la notte. Nei sacchi della spazzatura ci dormiva, per sentire meno il freddo.
Il filo spinato e la lunga marcia
Il filo spinato sotto il quale si era infilato gli aveva lasciato una brutta ferita. “Poi è guarita, ma ad altre persone è rimasta la cicatrice. Ad altri è andata molto peggio – svela –. Ero con altri trenta. C’era anche un ragazzo siriano. A lui è andata male: la polizia al confine con la Bulgaria ha lasciato liberi i cani. Lo hanno azzannato al polpaccio mentre scappava”. E Batour, oggi ventenne, si tocca il suo di polpaccio, come se quel morso l’avesse sentito anche lui.
È partito dall’Egitto. Arrivato in Turchia si è messo in marcia. Ha attraversato la Grecia, poi i Balcani occidentali. Dalla Bulgaria lo hanno mandato indietro sei volte. Ma indietro era ormai troppo tardi per tornarci davvero. “A 18 anni, dopo sei mesi di viaggio, sono arrivato in Italia”. Mostra le foto sul cellulare: “Guarda com’ero. Ero davvero piccolo”, dice, quasi a voler dimostrare che alla fine era solo un ragazzo come tanti, che si sentiva già grande troppo presto. VIA TONALE STAZIONE CENTRALE - HUB DI ACCOGLIENZA PER MIGRANTI PROFUGHI IMMIGRATI






