HomeEditoriale e CommentoSeconda generazioneLa Milano dei figli degli immigrati non è solo maranza o trapper dai testi violentiFatima, 19 anni, arrivata qui a tre anni con la famiglia, ci vive da 17: porta il velo e veste occidentale. Gizem, tunisina di 22, è “salita“ tre anni fa e ha già trovato lavoro: "Voglio un futuro in questa città".Ricevi le notizie de Il Giorno su GoogleSeguiciLa Milano degli stranieri di seconda generazione non è solo maranza o trapper sgangherati dai testi violenti ma anche chi ha trovato una sua dimensione, l’integrazione e una vita nonostante difficoltà e sacrifici. Giovani donne e uomini che hanno nelle loro mani il presente e soprattutto un futuro (buono) Made in Milano. Hanno faticato anche a trovare un’identità: qualcuno nella patria dei loro genitori oggi è per tanti “l'italiano” qui è per molti “lo straniero” anche se il congiuntivo lo conosce e lo usa meglio dei madrelingua. Basta leggere gli articoli dell’inchiesta de Il Giorno per capire cosa vuol dire essere “seconda generazione” a Milano.

“I ragazzi di seconda generazione si sentono diversi, è inevitabile. Ero l’unico egiziano in classe, ma non era questa la vera differenza: non avevo le stesse cose materiali che avevano gli altri. Ed è difficile legare con i compagni quando, per esempio, non hai la Playstation e tutti parlano del nuovo gioco uscito. Non puoi nemmeno parlare con i tuoi genitori perché per loro, che hanno conosciuto davvero cos’è la povertà nei loro Paesi d’origine, magari una maglietta non firmata è già tutto”, parole e pensieri di Abdel, 24 anni, che potrebbero essere il manifesto della sua generazione.