Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 9:06

C’è chi non si sente italiano perché in Italia non ci è arrivato per scelta: “Mi hanno costretto”. C’è chi ogni giorno lotta per essere considerato come tutti gli altri: “Ma questo Paese non mi ha mai accettato e mai lo farà”. E c’è chi, più semplicemente, non vuole essere giudicato: “Pensate di sapere tutto di noi, ma siamo solo ragazzi che vogliono divertirsi”. Sui giornali e in tv sono “maranza”: un appellativo che un tempo indicava genericamente le comitive rumorose nei centri delle città, oggi invece finisce quasi sempre addosso ai giovani delle seconde e terze generazioni. Figli o nipoti di migranti, arrivati in Italia tra gli anni Ottanta e i Duemila dai Paesi nordafricani: sono loro i “maranza”. Un termine sempre più carico di disprezzo, alimentato a volte da fatti di cronaca. Come quelli accaduti a Milano, l’ultima sera dell’anno scorso. Migliaia di giovani si radunano in piazza Duomo, la folla è compatta, rumorosa, tesa. Partono cori contro la polizia e l’Italia, volano insulti, fumogeni. Gli agenti intervengono, il giorno dopo scattano identificazioni e denunce: molti dei ragazzi hanno origini nordafricane. Si ipotizzano reati di vilipendio alla Repubblica, si parla di multe da 5mila euro. Il dibattito si fa rovente, politici e media rilanciano l’allarme sicurezza: secondo alcuni, Milano sarebbe a rischio banlieue, come nei sobborghi di Parigi.