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28 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:34

Nel dibattito pubblico italiano gli adolescenti stanno diventando ciò che in altre stagioni sono stati i migranti, i marginali, i diversi: un bersaglio simbolico su cui scaricare paure collettive, ansie sociali e impotenza adulta. Basta un episodio grave, drammatico, come una violenta aggressione avvenuta in ambito scolastico, perché si metta in moto un meccanismo ormai noto: il caso singolo viene trasformato in prova generale di un’emergenza nazionale, la cronaca diventa paradigma, la complessità scompare e al suo posto arrivano invocazioni di ordine, disciplina, punizione.

Nessuno può minimizzare la violenza, nessuno può fingere che il disagio giovanile non esista. Ma è proprio quando un fatto ci scuote che dovremmo resistere alla tentazione più facile: ridurre tutto a un problema di sicurezza. Perché è in quel momento che l’adolescente smette di essere una persona da capire e diventa un pericolo da contenere. È così che si costruiscono i “demoni popolari”: figure semplificate, caricaturali, generalizzate utili a dare un volto al timore diffuso e a rassicurare l’opinione pubblica con una narrazione netta, severa, apparentemente risolutiva.