Dal mercato del lavoro continuano ad arrivare numeri positivi. Gli ultimi riguardano il mese di giugno con 131mila occupati in più rispetto al 2025. Tutto bene dunque? Non proprio visto che si tratta quasi esclusivamente di ultracinquantenni (+318mila). Tra i 15-24 enni e i 35-49enni gli occupati diminuiscono - rispettivamente di 55mila e 205mila - e nel contempo aumentano gli inattivi (+1,5 per cento), cioè coloro che un impiego neanche la cercano. Insomma, stiamo osservando una «staffetta generazionale» - termine caro al vicepremier Matteo Salvini - al contrario: gli anziani restano al lavoro mentre i giovani ne escono.
Alla luce di ciò, parlare di «un cambio di passo», di «un successo», come ha fatto il governo, rappresenta una lettura quantomeno parziale della realtà. Ma non solo. Dall’analisi dei dati annuali emerge con chiarezza come i miglioramenti osservati in Italia siano presenti in tutta Europa: l’occupazione, insomma, aumenta ovunque, non è merito della maggioranza. La differenza, tuttavia, sta nel fatto che negli altri Paesi si registra una dinamica ben più accentuata. Ed è proprio qui che sta il grande limite della nostra economia: restiamo sistematicamente indietro. Nel 2025 il tasso di occupazione in Italia ha raggiunto il 62,5 per cento, un record. Eppure, rappresenta il livello più basso in Europa e, soprattutto, l’incremento più contenuto dal 2015: 6,5 punti percentuali. In Grecia, ad esempio, il tasso di occupazione è passato dal 50,7 per cento del 2015 al 64,6, con un incremento di 13,9 punti percentuali: più del doppio rispetto al nostro. In Spagna è salito dal 57,8 al 67 per cento, con un aumento di oltre nove punti; in Portogallo dal 62,8 al 73,9 per cento, guadagnando 11,1 punti. Nelle grandi economie - come la Germania e Francia -, i miglioramenti sono stati più contenuti, intorno ai quattro punti percentuali. Ma partivano già da livelli di occupazione molto più elevati: rispettivamente il 73 e il 64 per cento. In altre parole, chi era indietro ha recuperato più dell’Italia; chi era già avanti ha consolidato il proprio vantaggio. E, così, dieci anni dopo - il nostro ritardo non solo persiste ma si è - persino - ampliato. Lo stesso andamento lo si osserva tra i giovani. Nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni, il tasso di occupazione è aumentato dal 28,5 per cento del 2015 al 33,1 del 2025. Ancora una volta, registriamo sia la variazione più modesta (4,6 punti percentuali) sia il tasso finale più basso tra gli Stati considerati. La Spagna guadagna 7,5 punti (dal 33,7 al 41,2 per cento), la Grecia 8,2 (dal 28 al 36,2), il Portogallo 8,6 (dal 38,8 al 47,4): incrementi quasi doppi rispetto a quello italiano. Quindi, riassumendo, non solo facciamo peggio degli altri ma i progressi registrati riguardano principalmente le persone avanti con l’età. I giovani, invece, tendono ad uscire dalla forza lavoro. Una deriva che la politica continua a ignorare.










