“Non so quando sia iniziato esattamente, ma a un certo punto mia figlia Federica ha smesso di dire ‘sono fatta così’ e ha iniziato a dire ‘ho l’ADHD’. Poi è diventato ‘sono nello spettro autistico’. E infine ‘ho tratti borderline’. Tutte sue deduzioni, convinzioni che ha elaborato viaggiando tra i social, dai video su TikTok a quelli di creator che spiegano sintomi come se fossero playlist. Il problema è che ora attribuisce una giustificazione clinica a ogni cosa sbagliata che fa e noi, i suoi genitori, siamo diventati il bersaglio della sua rabbia”. CI scrive Roberta L., 44 anni, che vive a Milano e lavora in banca. “Non è il disagio in sé che mi spaventa, ma il fatto che mia figlia non voglia affidarsi a un esperto né il nostro aiuto, e il modo in cui usa la sua auto-diagnosi contro di noi”. Se vuoi mandare la tua storia, scrivi a teentalk@repubblica.it la redazione la valuterà per la pubblicazione
L'autodiagnosi da algoritmo
“Federica ha 16 anni, è sempre stata una ragazza sensibile, un po’ introversa, come tanti adolescenti. A scuola va a periodi, ha momenti in cui si impegna e altri in cui si perde. Nulla che ci abbia mai fatto pensare a qualcosa di clinico. Poi però ha iniziato a passare sempre più tempo sui social, soprattutto su piattaforme dove si parla di salute mentale. All’inizio mi sembrava una cosa positiva: si informava, si confrontava. Poi però ha iniziato a riconoscersi in tutto. Ogni video diventava una conferma. Distrazione? ADHD. Tristezza improvvisa? Disturbo borderline. Difficoltà a socializzare? Autismo ad alto funzionamento. In poco tempo queste etichette sono diventate parte del suo linguaggio quotidiano. Non erano più ipotesi, erano certezze per lei. E ogni volta che cercavamo di riportarla con i piedi per terra, si arrabbiava. Diceva che la stavamo invalidando, che non la capivamo, che lei ‘si era finalmente data una spiegazione per i suoi comportamenti’”.






