Milano, 15 maggio 2026 – “Mia figlia scriveva di sentirsi un peso per gli altri, testi pieni di riferimenti sulla volontà di non vivere. Salvava contenuti sui social che inneggiavano al suicidio. Disegni di ragazzini rotti o senza cuore, con le bende. Immagini tristi, paesaggi con la nebbia e la pioggia, autunnali, gotici”.
Contenuti che la spirale degli algoritmi le riproponeva, a soli 12 anni, ancora e ancora. “Pensavo di combattere solo una distrazione, invece combattevo contro un nemico che era molto più forte”. Un nemico che assume le forme dello scrolling infinito, delle tecnologie pensate per trattenere gli utenti sulle piattaforme: il lato oscuro dei social e gli effetti sulla mente di una bambina, per la quale il mondo virtuale diventa uno specchio di dolore nel quale riflettersi.
Salvava disegni di ragazzini rotti o senza cuore, con le bende. Immagini tristi, paesaggi gotici
È il racconto di Irene Roggero, mamma di R., la dodicenne che nel febbraio 2024 si è tolta la vita inghiottita dall’imbuto dei social. Contenuti via via più violenti. Un «gioco». Forse un manga suicidario.
La vita nascosta











