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Marco Bonarrigo

Slovenia e Danimarca crescono seguendo i loro fenomeni, la Norvegia ha una squadra «di Stato», in Francia si è scomodato Macron per tutelare la giovane promessa Seixas. E da noi? Appena in una vittoria nel 2026 e tre squadre mediocri a rischio retrocessione

Si è spezzata una linea centenaria che univa Ottavio Bottecchia, il primo azzurro a conquistare il Tour de France nel 1924, a Vincenzo Nibali che lo vinse per ultimo nel 2016 ed è stato l’ultimo anche a prendersi il Giro d’Italia, nel 2016: il ciclismo professionistico (e non) italiano è vicino al collasso. Al Giro d’Italia dello scorso maggio per la prima volta in 109 edizioni nessun azzurro si è piazzato nei primi sette della classifica generale, al Tour de France siamo stati dei fantasmi: 12 iscritti, il migliore dei nostri Davide Piganzoli è arrivato 14° a oltre un’ora da Pogacar, gli altri a tre, quattro, cinque, sei ore dalla maglia gialla.

Un tracollo accompagnato da risultati modestissimi anche nelle corse in linea. Nelle 27 gare World Tour disputate nella stagione 2026 fino al 1° agosto (su 37 complessive in calendario) abbiamo vinto solo alla Dwars door Vlaanderen con il solito Filippo Ganna. Assieme a quello di Giulio Ciccone a San Sebastian nel 2025, quello di Ganna è l’unico successo del quadriennio su oltre 140 traguardi disponibili: un bottino disastroso, umiliante. Cosa sta succedendo a uno sport dove l’Italia è stata leader per oltre un secolo con Coppi, Bartali, Magni, Gimondi, Moser, Saronni, Nibali e decine di altri fuoriclasse?