Ceuta è una piccola enclave spagnola sulla costa nordafricana in cui il confine terrestre dell’Unione Europea incontra direttamente il continente africano. Per questo ciò che è accaduto a Ceuta qualche giorno fa non riguarda solo la Spagna ma costituisce un laboratorio concreto di ciò che potrebbe succedere qualora l’Unione non riescisse a proteggere le sue frontiere: la prova generale di una immigrazione di massa. L’ultima cosa da fare, dunque, è sottovalutare l’evento richiamando, con una impropria analogia, come leggo da qualche parte, il caso del mercantile Vlora che nel 1991 entrò nel porto di Bari con 20.000 persone albanesi a bordo. Diversamente da quanto si pensi, la maggioranza di quei passeggeri non rimase in Italia. Il Vlora fu un evento mai più ripetutosi. Ceuta, invece, è l’avamposto di un continente nel quale la pressione migratoria verso l’Europa non è episodica ma destinata a crescere per effetto della demografia e dell’instabilità politica degli Stati africani. Essa rappresenta una sfida geopolitica permanente destinata ad accrescersi e che nessun Paese europeo potrà affrontare affidandosi alla buona volontà o all’accoglienza indiscriminata.

E allora cominciamo a mettere dei punti fermi da cui partire per affrontare la questione. E il primo di questi è il tema dei confini. Il progressismo ha moltissimo sottovalutato il tema dei confini nel corso tempo, fino a sbiadirne l’entità. Da sempre, mediaticamente i confini sono dipinti come luoghi di pratiche disumane nei confronti di un’umanità sofferente. La narrazione che circola presenta il concetto di confine come entità oppressiva, che sta lì a rafforzare gli estremismi nazionalisti. E sempre secondo tale narrazione, il fatto di propugnare la sicurezza delle frontiere e la sovranità nazionale non solo è sbagliato, ma è anche fonte di conflitti, espressione di un arcaismo di una certa cultura occidentale che invece deve sposare l’idea che l’apertura sia un valore in sé e per sé.