Non è solo il fiume d’Italia, è la nostra infrastruttura naturale più importante. L’arteria dell’ecosistema nazionale. Se facesse parte del nostro corpo ne soffriremmo e ne parleremmo tutti i giorni. Invece la siccità del Po, la sofferenza dei suoi affluenti, delle coltivazioni della pianura padana, sono tutti problemi declassati alla normale emergenza di ogni estate. Anche se questa volta la siccità è di durezza pari se non superiore a quella del 2022.

Il Po lo vediamo da sopra i ponti, affollatissimi, con uno sguardo rapido o distratto. Sotto c’è parte importante della nostra vita ma predomina la solitudine se non, in alcuni casi, l’abbandono. Una desolazione. Non abbiamo nessun senso di colpa nei confronti del grande fiume della nostra Storia. È scomparso anche dall’ambientazione di romanzi, film, serie, se non come appendice urbana. Oggi Riccardo Bacchelli avrebbe poca acqua per scrivere il suo Mulino del Po.

Verrà diffuso nei prossimi giorni un importante studio, a cura di Ref Ricerche, che anticipiamo in questa rubrica, sulla gestione dell’emergenza del Po. Governance e gestione dell’acqua, il caso della siccità nel bacino del Po è il titolo dello studio. Il messaggio di fondo è che bisogna uscire dal paradigma dell’abbondanza. «Si presume sempre che la risorsa idrica soddisfi tutti gli impieghi - è l’opinione di uno degli autori, Donato Berardi - mentre bisognerebbe entrare in una diversa logica allocativa. I diritti di utilizzo sono espressi in volumi assoluti anziché in quote di ciò che è disponibile che, a volte, come in queste drammatiche giornate, è assai poco». In queste parole vi è tutta la drammaticità di un cambio di percezione culturale dell’acqua. Non va dispersa (abbiamo il consumo pro capite tra i più alti in assoluto), va raccolta in bacini e invasi per gestire meglio le emergenze idrogeologiche, utilizzata al meglio per creare energia, peraltro rinnovabile e non intermittente come il solare e l’eolico.APPROFONDISCI CON IL PODCASTL’analisi di Ref prende atto che il bacino del Po, in un quadro giuridico molto dettagliato, dispone di «una capacità conoscitiva e decisionale avanzata». C’è un’Autorità distrettuale, un Osservatorio permanente, un Piano di gestione della siccità. Un’architettura istituzionale importante e competente che ha al proprio vertice una Cabina di regia presso la presidenza del Consiglio e un Commissario straordinario. «Il problema semmai - si legge nel rapporto - è che questi strumenti si attivano in modo discrezionale e tardivo, manca una regola distrettuale predeterminata che, al superamento di soglie di severità, traduca automaticamente la priorità in un riparto misurabile del sacrificio tra territori, usi e titolari di concessione». Non c’è il termine razionamento, ma la sostanza è quella. E la constatazione amara è tutta qui. Il segno dei tempi. Il bacino è percepito come una fonte abbandonante e inesauribile di risorsa idrica, ma dobbiamo convincerci, anche per ridurre sprechi e favorire investimenti in tecnologie meno water intensive, che non è più così. Ogni anno vengono prelevati 20,5 miliardi di metri cubi, di cui 16,5 destinati all’irrigazione dei campi. La percezione, ormai falsa, della ricchezza dell’offerta ha troppo irrigidito la domanda. L’emergenza della siccità di questa estate ripropone tutte le criticità di quella del 2022, quando venne dichiarato lo stato d’emergenza in cinque Regioni, con il rischio di una eccessiva frammentazione di decisioni e la difficoltà di autorizzare rilasci delle acque dei laghi verso valle. «La siccità - conclude lo studio - sta cambiando natura, da emergenza a condizione strutturale». E dunque le decisioni vanno il più possibile centralizzate e soprattutto anticipate. Questo non farà piacere alle Regioni. Ma l’acqua non conosce confini.