Trent’anni fa, Umberto Eco notava come i giornali parlassero di un fenomeno sempre più in ascesa: i riti satanici tornavano a scandalizzare il dibattito pubblico. Ma al semiologo non importava ciò che accadeva dentro quelle stanze (per farsi un’idea, le serie tv bastano e avanzano). Dunque perché interessarsene? Eco aveva un dubbio molto più profondo: perché le persone si rifugiano all’interno di queste pratiche proprio quando la religione non ha più la stessa influenza di prima? Secondo lo scrittore, il “vuoto di potere” lasciato dalla fede non elimina il bisogno umano di credere in qualcosa, di giustificare le azioni e di orientarle verso uno scopo. Oggi questa riflessione è ancor più valida. Nella sua Bustina "La domenica andando alla messa…", Eco cita Chesterton: “Quando gli uomini non credono più a Dio, non è che non credono più a nulla. Credono a tutto.”. Gli esseri umani hanno riempito il vuoto lasciato dalla religione con le credenze più varie: dalle teorie del complotto alle promesse del mercato che garantiscono fisici scolpiti in una settimana. Tutto questo per dare un significato alla loro esistenza o illudersi di controllare ciò che sfugge alla loro presa. Tempo prima, un altro grande autore come Luigi Pirandello racconta queste identiche fragilità umane attraverso la metafora di un teatro di marionette, nel romanzo Il Fu Mattia Pascal. L’autore immagina che sul palco vada in scena la tragedia di Oreste, l’eroe dell'antica Grecia che vendica il padre uccidendo senza alcuna esitazione la madre, colpevole di aver assassinato il marito. Le marionette recitano sotto il “cielo di carta” del teatro e lo spettacolo va alla grande. Oreste è l’incarnazione dell'uomo del passato, guidato da leggi morali e religiose incrollabili, che gli permettono di agire senza alcun tentennamento, senza indecisione alcuna. È così sicuro delle proprie azioni che è pronto a compiere persino ciò che agli occhi del presente apparirebbe come una brutalità. Ma d’un tratto accade un imprevisto: il cielo di carta del teatro si strappa improvvisamente. La marionetta alza lo sguardo e, osservando il buco, scopre i fili che la muovono per la prima volta. Le sue certezze si frantumano: quel cielo di valori antichi che l’aveva protetta, guidata e consolata, mostra ora tutta la sua precarietà. Attonita e impaurita, la marionetta di Oreste si trasforma in un personaggio completamente diverso: quello di Amleto. Simbolo di noi moderni, Amleto è privo di quel firmamento di valori che aveva guidato Oreste: è logorato dal dubbio ed è indeciso persino sulla natura della propria identità (“To be or not to be”). Come Amleto, oggi le persone hanno smarrito il cielo di carta che era pronto a dare loro ogni risposta, e hanno reagito cercando altre certezze a cui aggrapparsi, senza abituarsi alla sua assenza. Cercano qualcosa che dia loro conforto o, quantomeno, l’apparenza di avere tutto sotto controllo, che offra una soluzione rapida ed efficace ai problemi. La nostra società non ha mai smesso di tentare di colmare il vuoto lasciato dalla religione, anche se si vanta di essere sempre più laica e razionale. Le magiche promesse del mercato su presunti “farmaci miracolosi” o le teorie del complotto sui “poteri forti” sopravvivono anche grazie al bisogno di risposte semplici in un panorama sempre più caotico. Non sono altro che nuovi cieli di carta. Forse gli esseri umani cambieranno le cose quando smetteranno di ricucire lo strappo lasciato dal loro passato e inizieranno ad abituarsi alla vista dei loro fili, anche se instabili. Quando, da marionette sperdute, accetteranno il dubbio, la mancanza di controllo e l’imperfezione di un'esistenza che non segue mai sentieri lineari. Oreste, con le sue verità incrollabili, non c’è più. Alle persone non resta che inscenare i loro drammi e godere dei loro spettacoli in un teatro che finalmente le rispecchi davvero. Anche se ha un buco sul soffitto, come quello di Amleto.