Nel 1958, Hannah Arendt, nel prologo di Vita activa , testimonia con un certo stupore le reazioni suscitate dal lancio dello Sputnik, il primo satellite artificiale mandato in orbita con successo l’anno prima, e salutato dal mondo come «il primo passo della liberazione degli uomini dalla prigione terrestre». La Arendt fa notare che, benché i cristiani avessero parlato della terra come di una valle di lacrime e alcuni filosofi fossero arrivati a considerare il corpo come una prigione dell’anima, fino ad allora nessuno aveva mai concepito la terra come un carcere. «Abbiamo rinunciato a Dio, che era un Padre celeste e, in quanto padre, dialogava con la madre Terra» scrive con profetica visione la Arendt, aggiungendo che «lo stesso desiderio di evadere dalla prigione della terra si rivela nel tentativo di creare la vita in una provetta per produrre esseri umani superiori».
Torniamo al bene, quello vero
Abbiamo costruito un mondo-prigione: per uscirne, dobbiamo andare alle radici dell’umano. La società è sempre più in crisi e la realtà assediata dal virtuale: ecco perché è necessario ritrovare il pensiero critico
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