I demiurghi dell’intelligenza artificiale parlano spesso della loro creatura in termini messianici, e di sé stessi come sacerdoti del nuovo mondo. Usano un linguaggio religioso, si danno arie da pensatori metafisici, vogliono migliorare l’umanità con la tecnica e le macchine, mentre più prudentemente investono fantastiliardi in progetti transumanisti e si costruiscono bunker personali antiatomici e antiumani in luoghi sperduti, perché non si sa mai. Gli oligarchi digitali si credono Dio, non hanno limiti, professano una nuova alba per l’umanità, e accusano chiunque abbia dubbi su un futuro affidato alle macchine di essere un complice dell’Anticristo.
Uno di quelli che i sacerdoti della chiesa della Silicon Valley accusano di essere in combutta con l’Anticristo è un placido signore di settant’anni, il quale forse potrebbe riconoscersi in uno degli incipit più esatti della letteratura mondiale: «Sono americano, nato a Chicago – Chicago, quella cupa città – e affronto le cose come ho imparato a fare, a ruota libera, e stenderò il mio resoconto a modo mio» (“Le avventure di Augie March”, 1953, Saul Bellow). Questo signore di Chicago, considerato un sodale dell’Anticristo, si chiama Bob Prevost, ma da qualche tempo si fa chiamare Leone XIV.






