In tempi di fanatismo ecologista sembra incredibile, ma proprio per questa giova ricordare che, per gran parte del Novecento, è stato tutto un vantaggio di aver guadagnato la supremazia sulla natura. Poi il tormentone si è ucciso di colpo rovesciandosi nella convinzione di dover preservare l'ambiente dai danni dell'elemento antropico, ovvero noi. Una vocazione al massimalismo irrazionale da cui emerge in modo chiaro la conflittualità postmoderna dell'uomo con la vita. È un paradosso di cui la stragrande maggioranza, e per primi i cosiddetti commentatori onniscienti, paiono non rendersi conto. La triste riflessione si è fatta strada leggendo un piccolo, grande libro in uscita da Adelphi, L'abolizione dell'uomo di CS Lewis, per intenderci quello delle Cronache di Narnia (p. 108, €12). Uno che non si legge mai abbastanza, perché aveva previsto cose poi puntualmente accadute già nel lontano 1943, anno in cui questi tre saggi sono usciti per la prima volta nel Regno Unito.

L'assioma “Potere dell'Uomo sulla Natura”, come lo chiama lui, era una medaglia al petto delle magnifiche sorti progressiste. Con un forte accento sulle innovazioni tecnologiche, che in centocinquant'anni avevano stravolto l'aspetto del pianeta. E questo nonostante bombe e carri armati stessiro straziando l'Europa già da un po', a riprova del fatto che le persone sono lente a capire quel che sta succedendo davvero. La prima cosa che Lewis suggerisce è che l'uomo, vantandosi di dominare la natura, non ha considerato di essere esso stesso un elemento naturale. Perché si intende proprio questo con l'espressione «abolizione dell'uomo», che è poi il titolo del terzo saggio, il quale ha fornito lo spunto per questa riflessione. Ma se l'uomo è parte della natura ed egli è orgoglioso di averla soggiogata, in realtà ciò significa che ha sconfitto sé stesso.