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Umberto Eco, con la sua proverbiale distinzione tra apocalittici e integrati, descrivendo la rivoluzione dei mezzi di comunicazione di massa, non intendeva schierarsi né con i «profeti di sventura», i quali temevano che i nuovi media segnassero la fine della civiltà, né con l’ingenuità di chi era convinto che si fosse di fronte all’alba di una democrazia culturale. E su un equilibrio analogo si muove oggi Pino Aprile, nel suo «La fine dell’uomo sapiens – Come le macchine si stanno mangiando il futuro» (Piemme), indagando sui convulsi cambiamenti che stiamo vivendo per colpa (o merito?) di algoritmi e digitalizzazione. Se l’autore di «Il nome della rosa» si divertiva a smontare entrambe le posizioni discordanti, il giornalista pugliese, scrittore di bestseller come «Terroni» ed «Elogio dell’imbecille», dà voce a un racconto corale in cui ascoltiamo le opinioni di chi, tra sociologi, antropologi, teologi e scienziati, ha già nutrito gli stessi dubbi. Idee e tesi spesso divergenti, ma tutte persuasive e ben congegnate: è il gioco della retorica che riesce a vestire di verità anche l’incredibile.
Per dare ordine al proprio ragionamento, Aprile s’inventa anche una formula: Lu (il Limite ultimo), il numero che si ottiene moltiplicando quante persone ci sono per quanto dura l’epoca in cui vivono. Ogni civiltà si ferma sempre allo stesso traguardo, cento miliardi. Come è avvenuto per le età della caccia, dell’agricoltura e della rivoluzione industriale, ogni fase è arrivata al proprio capolinea consegnando il testimone alla successiva. E adesso che anche l’era digitale sembra giungere all’ultimo giro di pista, il timore è che stavolta il protagonista del salto possa non essere più l’uomo.








