Caro direttore, vorrei il suo parere su un aspetto che balza agli occhi quotidianamente. I partiti sanno solo «cavalcare» i fatti di cronaca del momento. Manca quella dote prospettica, quella visione che ha caratterizzato i governanti nel dopoguerra, nel boom economico degli anni Sessanta e in altri momenti topici del nostro Paese. Quadro internazionale diverso? Qualità del ceto politico diverso?Vanni Zelada

Caro Zelada, È un tema già affrontato molto bene da Antonio Polito e Roberto Gressi con due editoriali sul Corriere della Sera. La pulsione irrefrenabile a cavalcare ogni fatto di cronaca, in particolare quelli che riguardano criminalità, sicurezza e immigrazione, scandisce ormai le giornate dei nostri politici. Ogni episodio diventa l’occasione per piegare in chiave ideologica i fatti e cercare di mettere in scacco l’avversario. Mai una riflessione approfondita, mai considerazioni e risposte giuste, e non di brevissimo periodo, ai cittadini. Ormai è chiaro: è partita una lunghissima campagna elettorale (lo ha ricordato con un po’ di sconcerto il Presidente della Repubblica) e la speranza che le cose vadano diversamente è molto flebile. Ma non dobbiamo rassegnarci: perché un anno di legislatura non può essere buttato alle ortiche, perché il Paese ha bisogno di decisioni, soprattutto sui temi economici, che non possono essere rinviate. Perché tutto questo accade? Ci sono probabilmente ragioni storiche, in particolare legate alla fine dei partiti di massa che, al di là del giudizio politico che si vuole darne, vivevano in ogni piccolo centro, erano radicati tra la gente, conoscevano i veri problemi. Ora i partiti sono «leggeri», dominati dalla cultura istantanea dei social network che porta a cavalcare l’ultimo fatto e l’ultimo tweet. Perciò i leader trionfano e cadono in tempi brevissimi e di politici «statisti» si fa davvero fatica a trovarne.